C’è qualcosa di profondamente straniante nel vedere andare in fumo luoghi che, fino a ieri, associavamo al silenzio, alla frescura e alla libertà. Boschi che conoscevamo sentiero dopo sentiero trasformati in paesaggi neri, vallate alpine avvolte dal fumo, pareti di arrampicata chiuse perché raggiunte dalle fiamme.
Quest’estate l’Europa sta vivendo una delle stagioni degli incendi più drammatiche degli ultimi anni. In Francia il grande rogo che ha colpito la foresta di Fontainebleau, una delle capitali mondiali del bouldering, ha devastato migliaia di ettari di bosco e richiesto l’intervento di centinaia di vigili del fuoco per giorni. Dall’inizio dell’anno nel Paese sono già andati in fumo oltre 32.000 ettari, più dell’intero 2025.
Ma non è un problema francese. Le fiamme stanno interessando anche le vallate alpine, dalla Francia alle Alpi occidentali italiane, favorite da un’estate eccezionalmente calda e da una siccità che dura da mesi. Vegetazione secca, vento e temperature elevate stanno trasformando boschi che fino a pochi anni fa erano considerati relativamente sicuri in combustibile pronto a incendiarsi.
Ogni incendio ha una causa specifica, quasi sempre innescati per una disattenzione o un gesti dolosi. Ma ciò che rende questi eventi sempre più grandi e difficili da contenere è il contesto climatico in cui si sviluppano. Ondate di calore più frequenti, inverni con meno neve, lunghi periodi senza precipitazioni e una vegetazione sempre più stressata stanno cambiando il volto delle montagne europee.

Per chi vive la montagna, però, il problema non si misura soltanto in ettari bruciati. Si misura nei luoghi.
Fontainebleau, ad esempio, non è solo una foresta. È un luogo dove generazioni di climber hanno imparato a muoversi sui blocchi di arenaria, dove il bosco è parte integrante dell’esperienza dell’arrampicata. Allo stesso modo, ogni vallata alpina colpita dalle fiamme è fatta di sentieri, rifugi, linee di sci alpinismo, boschi attraversati infinite volte senza immaginare che un giorno sarebbero potuti scomparire.
Per anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico attraverso i ghiacciai che arretrano. Erano il simbolo più evidente di una trasformazione lenta ma inesorabile. Oggi quel cambiamento ha assunto anche un atro volto. Più veloce, più violento, più difficile da ignorare.
Un bosco può impiegare poche ore a bruciare e decenni per tornare a essere quello che era. E non cambia soltanto il paesaggio, cambia il nostro modo di frequentarlo.
Sentieri chiusi per mesi o anni, pareti interdette per il rischio di caduta alberi, boschi resi instabili dall’erosione, rifugi minacciati dagli incendi o dall’assenza d’acqua. A questo si aggiungono estati sempre più torride che spostano le attività verso le prime ore del mattino, complicando la permanenza in quota e rendono più frequenti le ordinanze di chiusura dei territori più esposti.
Forse è proprio questo l’aspetto che ci riguarda più da vicino. Noi che amiamo la montagna tendiamo a pensarla come qualcosa di immutabile. Le cime sembrano eterne, le pareti sempre lì ad aspettarci. Eppure è l’ambiente che dà significato a quelle montagne a essere molto più fragile di quanto immaginiamo.
Un bosco non è soltanto lo spazio che attraversiamo per raggiungere una parete o un canale, è il profumo dell’aria durante una salita estiva, l’ombra che rende sopportabile una lunga escursione, il silenzio che precede una giornata di arrampicata, il colore che accompagna il rientro in autunno.
Quando quel bosco scompare, perdiamo qualcosa che va ben oltre un itinerario.
Forse è anche per questo che gli incendi ci colpiscono in modo diverso rispetto ad altre conseguenze del cambiamento climatico. Perché non riguardano soltanto dati, grafici o statistiche. Riguardano luoghi ai quali siamo legati emotivamente. Luoghi in cui siamo diventati gli alpinisti, gli sciatori o gli escursionisti che siamo oggi.
La montagna continuerà a esistere. Continueremo a salirla, a sciarla e ad arrampicarla. Ma è difficile non chiedersi come sarà là fuori tra vent’anni, con le estati che continueranno a essere sempre più lunghe, più secche e più calde.
Forse la vera sfida non sarà soltanto adattare la nostra attrezzatura o scegliere l’orario giusto per partire, ma sarà imparare a convivere con una montagna che cambia più velocemente di quanto avremmo immaginato.
E forse, proprio perché passiamo così tanto tempo là fuori, abbiamo anche una responsabilità in più: non limitarci a osservare questo cambiamento, ma riconoscerlo. Perché la nostra passione nasce dal desiderio di vivere la natura. E se quella natura diventa ogni anno un po’ più fragile, allora proteggere la montagna significa, in fondo, proteggere anche una parte di noi.
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