Prendere la linea più logica? Troppo semplice. Cercare il percorso più sicuro? Nemmeno per idea. Quando Sean Villanueva O’Driscoll, Siebe Vanhee e Symon Welfringer si sono trovati davanti alla parete ovest del Tahu Rutum, nel Karakorum pakistano, hanno scelto volontariamente la variante che, parole loro, «nessun alpinista sceglierebbe». Ed è proprio da questa decisione apparentemente assurda che è nata una delle più interessanti prime ascensioni degli ultimi anni.
Il risultato si chiama The Leopard of Higher Ground, una nuova via di 1.500 metri sulla parete ovest del Tahu Rutum (6.651 m), completata in 13 giorni di arrampicata con portaledge, recupero di sacconi e passaggi fino al 7b in libera. Un’impresa che segna la prima salita della parete ovest e soltanto la seconda ascensione conosciuta dell’intera montagna, dopo quella di una spedizione giapponese nel 1977 lungo la cresta sud-ovest.
Il trio protagonista è di quelli che, quando si parla di grandi pareti e spedizioni esplorative, offre parecchie garanzie. Il belga Siebe Vanhee è uno dei migliori interpreti contemporanei delle big wall in libera, protagonista negli ultimi anni di importanti ascensioni sulle Torres del Paine e sul Picu Urriellu.
Con lui c’era un personaggio impossibile da incasellare: Sean Villanueva O’Driscoll, due volte vincitore del Piolet d’Or, alpinista, climber, musicista e probabilmente uno dei pochi capaci di alternare spedizioni estreme e concerti con la stessa naturalezza. Il suo modo di vivere l’alpinismo è sempre stato fuori dagli schemi: tanta esplorazione, molta ironia e quella leggerezza che gli permette di affrontare imprese enormi senza prendersi mai troppo sul serio.
A completare la cordata il francese Symon Welfringer, anche lui vincitore di un Piolet d’Or nel 2021 grazie alla prima salita della parete sud del Sani Pakkush insieme a Pierrick Fine e ormai profondo conoscitore del Karakorum, dove ha già firmato diverse prime ascensioni.


I tre hanno affrontato la parete come una big wall. Ciò ha significato vivere letteralmente sulla montagna, trasportando per giorni portaledge, corde statiche, cibo e tutto il necessario per sopravvivere due settimane sospesi nel vuoto. Una strategia che ha permesso al team di resistere anche a una tempesta di neve durata tre giorni senza dover abbandonare la parete.
La via è iniziata infilando una sequenza di tiri su roccia instabile, traversi di neve e terreno complicatissimo per recuperare i sacconi. Una scelta che ha fatto esclamare allo stesso Vanhee: «Abbiamo scelto la linea più assurda, che nessun alpinista sceglierebbe». Per poi aggiungere, con il tipico spirito di chi ama complicarsi la vita: «Ma questa è la linea da climber di big wall in alta quota, e ne è valsa la pena».
Il momento decisivo è arrivato al dodicesimo giorno. Dopo aver fissato circa 400 metri di corde statiche, hanno affrontato il tratto più difficile della via: terreno verticale e strapiombante sopra i 6.000 metri, scalato interamente in libera fino al 7b. Il giorno successivo, approfittando di una finestra di bel tempo e nonostante la stanchezza accumulata, hanno raggiunto la vetta il 27 giugno, completando una salita destinata a entrare nella storia della montagna.
Naturalmente, in tredici giorni di parete non poteva mancare almeno un momento da film. Durante il recupero dei materiali uno dei sacconi si è incastrato su un traverso. Vanhee si è calato per liberarlo e, proprio in quel momento, la corda di recupero si è tranciata contro uno spigolo. Per una frazione di secondo il sacco (con gran parte dell’attrezzatura indispensabile alla spedizione) sembrava destinato a precipitare nel vuoto. Invece Vanhee è riuscito ad afferrarlo al volo. «Se fosse caduto, sarebbe stata la fine della scalata», ha raccontato Sean Villanueva O’Driscoll.
Anche il nome della via racconta una storia. The Leopard of Higher Ground rende omaggio sia alla montagna sia all’alpinista americano Kyle Dempster, che nel 2008 aveva tentato in solitaria la parete ovest senza riuscire a completarla, arrivando a circa 200 metri dalla cima. Durante la salita Vanhee, Villanueva O’Driscoll e Welfringer hanno perfino ritrovato tre dei vecchi ancoraggi lasciati da Dempster. Il riferimento al leopardo delle nevi nasce invece dal nome locale della montagna, Taa Hurutum, che significa proprio la dimora del leopardo delle nevi, mentre Higher Ground richiama la caffetteria di Salt Lake City fondata dallo stesso Dempster.
In un periodo in cui gran parte dell’attenzione è concentrata su record, cronometri e velocità, questa spedizione ricorda che esiste ancora un alpinismo fatto di esplorazione, intuito e una sana dose di ostinazione. Quello in cui si passa quasi due settimane appesi a una parete, si trascinano sacconi giganteschi su terreno improbabile e, invece di chiedersi perché farlo, si ride del fatto di aver scelto volontariamente la linea più complicata. Forse è proprio questo lo spirito che rende Sean, Siebe e Symon tre degli alpinisti più interessanti della scena attuale.
© foto Patagonia
