Può essere una salita all’alba con le pelli, quando il silenzio è rotto solo dal respiro e dal rumore ritmico delle lamine sulla neve dura. Oppure una corsa in quota su un sentiero in cresta, con il terreno che cambia sotto i piedi e lo sguardo che si apre su ghiaioni, boschi e pascoli. In entrambi i casi, basta un incontro con un camoscio, una marmotta o un rapace in volo per ricordarsi che in montagna non siamo mai davvero soli: la natura non fa da sfondo, è parte dell’esperienza.

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Disegno di Legge 1552 sulla caccia, in discussione in questi giorni al Senato, il quale però non riguarda soltanto cacciatori e ambientalisti. Riguarda tutti coloro che vivono la natura. Riguarda chi cerca il silenzio di un bosco, chi attraversa un parco naturale, chi si emoziona quando incontra un animale selvatico.

Il punto più preoccupante non è nemmeno il contenuto delle singole norme. È il metodo.

In qualsiasi ambito, dalla medicina all’ingegneria, dalla meteorologia alla gestione delle valanghe, le decisioni vengono prese ascoltando chi studia i fenomeni e applica il metodo scientifico nello studio dei fenomeni naturali. Nel caso della fauna selvatica esiste un organismo pubblico incaricato di fornire queste valutazioni: l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Vale la pena ricordarlo: ISPRA non è un’associazione ambientalista, non è un gruppo di attivisti e non rappresenta una posizione politica. È l’ente scientifico dello Stato Italiano che si occupa di monitoraggio ambientale, biodiversità e conservazione della fauna. Eppure il nuovo disegno di legge punta a ridurre il peso dei suoi pareri, trasformandoli da riferimento sostanzialmente vincolante a semplice consultazione. In altre parole: la politica potrà decidere anche contro le indicazioni della propria comunità scientifica.
È un precedente che dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalle proprie idee sulla caccia.

Le contestazioni mosse da numerose società scientifiche, associazioni ambientaliste e persino da organizzazioni mediche riguardano infatti aspetti molto concreti: l’ampliamento delle aree cacciabili, l’estensione dei periodi venatori, l’utilizzo di richiami vivi, l’utilizzo di strumenti di puntamento notturno, la riduzione del ruolo delle aree protette e l’indebolimento dei meccanismi di tutela per diverse specie selvatiche.

Per chi vive la montagna il tema delle aree protette è particolarmente sensibile.
I parchi nazionali e regionali non sono semplicemente territori sottratti allo sviluppo. Sono laboratori viventi. Sono i luoghi grazie ai quali oggi possiamo ancora osservare stambecchi sulle Alpi, cervi negli Appennini, aquile reali, gipeti e molte altre specie che nel secolo scorso erano arrivate vicino all’estinzione locale.
Lo stambecco stesso, simbolo di tante montagne  da noi frequentate, esiste ancora sulle Alpi perché qualcuno decise di proteggerlo quando ne rimanevano poche decine di esemplari. Se oggi possiamo fermarci durante una salita e ammirare un branco muoversi tra le rocce, è grazie alla conservazione, non grazie allo sfruttamento.

Spesso il dibattito viene semplificato in modo fuorviante: o si è a favore della caccia oppure contro. La realtà è molto più complessa.
Esistono effettivamente situazioni in cui alcune specie possono creare problemi ecologici, sanitari o agricoli. Il caso dei cinghiali è il più noto. Ma il contenimento faunistico non coincide necessariamente con l’attività venatoria ricreativa. La letteratura scientifica e le esperienze internazionali mostrano che la gestione delle popolazioni animali richiede monitoraggi continui, controllo della fertilità dove possibile, ripristino degli equilibri ecologici, prevenzione dei danni e interventi selettivi basati su dati biologici. Non slogan.

La fauna selvatica, inoltre, non è soltanto un patrimonio naturale. È anche una risorsa economica.
Negli Stati Uniti milioni di persone visitano ogni anno i grandi parchi nazionali per osservare fauna selvatica. Lupi, alci, bisonti e orsi generano un indotto turistico enorme per le comunità locali. Lo stesso sta avvenendo in molte aree europee, dove il wildlife watching è diventato una componente importante dell’economia montana.
Anche sulle Alpi italiane il valore di un gipeto osservato in volo o di un branco di stambecchi incontrato durante una camminata supera ampiamente il valore di un trofeo. Chi corre, cammina, scala o scia sa bene che la presenza degli animali rende un ambiente più ricco, più vivo, più autentico.

 

La montagna non è soltanto uno spazio da utilizzare, è una relazione. Per questo la domanda che dovremmo porci non è se una nuova legge favorisca una categoria piuttosto che un’altra. La domanda è più semplice: quale natura vogliamo lasciare a chi percorrerà questi sentieri tra vent’anni?
Una natura gestita attraverso ricerca, conoscenza e dati. Oppure una natura in cui la politica decide di ignorare proprio chi la studia per mestiere. La differenza tra queste due strade non riguarda soltanto gli animali: riguarda il nostro modo di stare al mondo.

 

E allora la domanda diventa un’altra: chi ha davvero bisogno di questa legge? Non gli allevatori, per i quali esistono già strumenti efficaci di prevenzione e indennizzo. Non la fauna selvatica, che da questa riforma ha tutto da perdere. E nemmeno una categoria fragile o a rischio. I cacciatori, come noi scialpinisti, trail runner, alpinisti o escursionisti, sono persone che scelgono di dedicare tempo e risorse a una passione che esiste grazie alla natura stessa. Proprio per questo sorprende che la risposta proposta sia meno tutela e non più conoscenza.

Perché la fauna selvatica non appartiene a chi la osserva, a chi la fotografa o a chi la caccia. Appartiene a tutti. È un bene comune, un patrimonio costruito in decenni di conservazione. E quando si decide del suo futuro, la domanda più importante non dovrebbe essere chi ne trae beneficio oggi, ma che cosa rischiamo di perdere domani.

Questo è un invito a informarsi. Perché solo attraverso la conoscenza, il confronto e il dialogo si possono affrontare temi complessi come il rapporto tra uomo e natura. E perché il futuro delle nostre montagne merita decisioni basate sui fatti, non sulle contrapposizioni.

 

© foto archivio Skialper

 

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