La linea tracciata da Mathéo Jacquemoud attraverso l’arco alpino continua ad allungarsi, giorno dopo giorno. Dopo le prime tappe raccontate la scorsa settimana, il progetto L’intégrale des Alpes entra nel vivo e mostra con sempre maggiore chiarezza la sua vera natura: non solo una traversata, ma un modo di vivere la montagna in continuità.

A offrire uno sguardo ravvicinato su questa avventura è Vivian Bruchez, che ha condiviso con Jacquemoud alcuni giorni tra Austria, Italia e Svizzera. Un punto di vista prezioso, che restituisce la misura di un ritmo difficilmente immaginabile: sei ore di sonno ogni ventiquattro. Sci, bici, passi da attraversare, vallate da collegare.
Le cifre aiutano a orientarsi, ma non bastano a raccontare tutto: giornate da 7.000 metri di dislivello positivo, trasferimenti in bici da 200 chilometri, recuperi minimi e una gestione delle energie quasi chirurgica. Chi prova a seguirlo deve anticipare ogni mossa, partire prima, organizzare tutto nei minimi dettagli. Perché ogni minuto perso difficilmente si recupera.

Dopo aver lasciato l’Austria, Jacquemoud ha puntato verso le Dolomiti, insieme a Bruchez e Pierre Idris. Qui ha sciato il couloir del Piz de Puez, prima di proseguire verso la Val Gardena, accompagnato per un tratto da Noa Barrau e da Alex Oberbacher, incontrato lungo il percorso e pronto ad accoglierlo con un piatto di pasta, uno di quei momenti semplici che, in mezzo a un progetto così estremo, assumono un valore particolare.

Il giorno successivo la traversata è proseguita fino alla Val Martello, per poi salire con gli sci verso il Cevedale (3769 m). Qui le condizioni hanno imposto una scelta: fermarsi a 150 metri dalla vetta e invertire la rotta. Una decisione lucida, presa in un contesto di visibilità ridotta, seguita da una lunga discesa notturna sul versante nord-ovest fino a Santa Caterina. Ma la giornata non era ancora finita: una dura transizione in bici fino a Livigno, raggiunta nella notte per guadagnare tempo per sfruttare una finestra meteo favorevole sul massiccio del Bernina.

Venerdì mattina è ripartito presto, sci ai piedi verso il Passo Bernina, dove è stato raggiunto da Bruchez e dagli altri compagni di viaggio. Insieme hanno salito il Piz Palü Centrale e Orientale, con una discesa dalla cresta sommitale che rappresenta uno dei momenti più estetici e significativi di questa prima parte di traversata. Le immagini raccontano una montagna vera, a tratti severa. Le condizioni non sono state sempre ideali e hanno costretto a continui adattamenti: variazioni di percorso per evitare pendii troppo carichi, scelte rapide e capacità di lettura del terreno, è forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: non la ricerca della linea perfetta, ma l’equilibrio costante tra ambizione e realtà.

Eppure, nonostante il ritmo serrato, resta spazio per la condivisione. Bruchez racconta di un Jacquemoud capace di aspettare, di rallentare, di trasformare anche la fatica degli altri in un momento di scambio. Una traversata che non è solo prestazione, ma anche relazione, con la montagna e con chi ne percorre un tratto insieme.

Dalle grandi cime austriache ai ghiacciai del Bernina, passando per Dolomiti e Ortles-Cevedale, la traccia prende forma e si consolida. Il Mediterraneo è ancora lontano, ma la direzione è segnata.

E mentre il progetto continua ad evolversi, tra adattamenti e nuove linee da immaginare, la sensazione è che ogni giornata aggiunga un tassello a qualcosa che va oltre la semplice traversata: un racconto in movimento, disegnato con gli sci, la fatica e una visione lucida di ciò che significa attraversare davvero le Alpi.

 

Per seguire Mathéo fate un salto sui suoi social: MATHEO JACQUEMOUD

© foto Instagram Mathéo Jacquemoud

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