Quest’anno, quantomeno a nord-est, gli appassionati di montagna e chi ama sciare fuori pista hanno avuto di che sorridere. Le Alpi sono state imbiancate da nevicate di portata significativa e, sui social, è stato facile imbattersi in foto di pendii candidi e boschi carichi di neve fresca. È naturale chiedersi: questo inverno è stato davvero storico? E se sì, cosa significa davvero per il manto nevoso, ma soprattutto per l’importante risorsa idrica che la neve rappresenta?

Per rispondere a queste domande è utile guardare ai numeri e ai dati di monitoraggio raccolti da istituti come la Fondazione CIMA, che ogni anno aggiorna la situazione nivometrica su tutta la penisola. Questi dati ci dicono due cose importanti:

 – Le nevicate degli ultimi tempi hanno effettivamente contribuito ad aumentare gli accumuli sui rilievi.

 – Però, se consideriamo la stagione nel suo complesso e la “quantità d’acqua immagazzinata nella neve”, la situazione non è così eccezionale come potrebbe     sembrare.

Secondo l’ultimo aggiornamento della Fondazione CIMA a metà febbraio, l’equivalente idrico della neve, cioè la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso, è tornato in linea con la media stagionale su gran parte delle Alpi italiane, grazie a un gennaio favorevole. Tuttavia, a livello nazionale il quadro resta in lieve deficit, circa -22% rispetto alla media pluriennale.
In pratica, nonostante le nevicate di fine gennaio e inizio febbraio abbiano contribuito a “rimettere in carreggiata” gli accumuli, lo stock complessivo di neve e quindi di acqua per i mesi caldi non è eccezionale. Questo significa che la montagna non ha recuperato pienamente i deficit del passato e che la risorsa neve, fondamentale come serbatoio naturale di acqua dolce, resta vulnerabile e variabile a seconda delle regioni.
Il recupero è particolarmente lento sugli Appennini: nelle zone centrali del Paese il deficit di neve rispetto alla media è ancora marcato, con accumuli molto inferiori a quelli alpini. I dati idrologici confermano questa fragilità: nei bacini dell’Aterno‑Pescara, per esempio, l’acqua da scioglimento nivale è stata -47% rispetto alla media stagionale.
Anche nelle regioni alpine più antropizzate, come la Lombardia, le riserve di acqua generate dalla neve risultano circa 28% inferiori alla media degli ultimi vent’anni, nonostante alcuni sbalzi stagionali. Una fotografia chiara della delicatezza del ciclo idrico legato alla neve, fondamentale sia per la montagna sia per chi vive a valle.

Neve visibile vs neve utile

Quando vediamo molta neve sui pendii o sulle creste, è normale pensare che ci sia anche più “acqua” pronta a rifornire fiumi, laghi e falde nei mesi caldi. In realtà, non tutta la neve è uguale: la quantità totale di acqua immagazzinata (quella che in gergo tecnico si chiama SWE, o “equivalente idrico nivale”) dipende da più fattori, altezza del manto, densità della neve, temperatura e distribuzione geografica.
Negli ultimi aggiornamenti, la Fondazione CIMA evidenzia che, dopo un gennaio con accumuli regolari, febbraio ha riportato i valori nivometrici su molte vette alpine attorno alla media stagionale. Questo vuol dire che, se guardiamo al panorama completo del 2025/2026 non siamo in una situazione di super neve generalizzata, ma piuttosto in un contesto nella norma, con differenze significative da zona a zona.
In altre parole, la neve che vediamo non sempre si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di acqua nei mesi successivi. Per chi ama la montagna, questo è un dettaglio importante: una nevicata spettacolare può regalare paesaggi straordinari e ottime condizioni per lo scialpinismo, ma non garantisce che i corsi d’acqua estivi riceveranno più acqua di quanto accade in una stagione media.

La neve è molto più di un elemento scenico o di divertimento per chi pratica scialpinismo. È il serbatoio naturale d’acqua che alimenta i fiumi e i rii, sostiene le falde sotterranee e permette alle comunità di affrontare la stagione calda con risorse idriche stabili. Quando gli accumuli nevosi sono scarsi o distribuiti in modo irregolare, la montagna nel suo insieme ne soffre: meno acqua significa sorgenti più deboli, portate fluviali ridotte e, in alcuni casi, stress per ecosistemi delicati.
Ecco perché, al di là delle foto di pendii bianchi e delle immagini spettacolari, è importante cogliere il quadro completo. Anche se le nevicate hanno riempito molti versanti, lo scenario generale resta molto dipendente dal resto della stagione e da come il manto si trasformerà con il passaggio alle temperature più miti.

Come leggere i dati senza perdersi nella tecnica

Non serve essere climatologi o esperti di idrologia per capire cosa stanno raccontando i numeri. Ecco tre semplici punti da tenere a mente:

  • Non tutta la neve ha lo stesso valore idrico: la neve più compatta e pesante può contenere più acqua della neve molto leggera e soffice.

  • L’altezza del manto non è tutto: due metri di neve su un versante possono contenere meno acqua di un metro su un altro, se la neve è meno densa.

  • La distribuzione geografica conta: grandi accumuli su un massiccio non compensano deficit su un altro bacino idrografico, soprattutto quando si guarda alla disponibilità per la stagione estiva.

Un invito a guardare oltre la neve fresca

Per chi pratica scialpinismo, queste informazioni non tolgono nulla alla bellezza delle uscite in polvere o alla soddisfazione di una salita perfetta. Tuttavia, aiutano a capire che una stagione di neve non si giudica da un singolo evento o più eventi localizzati per quanto spettacolari possano essere. Il vero valore di una stagione invernale include anche come quella neve si trasformerà, come nutrirà i corsi d’acqua e come si distribuirà nel tempo.
E mentre guardiamo alle prossime settimane con speranza per altre nevicate, vale la pena ricordare che la bontà di una stagione nevosa non si misura solo in centimetri, ma anche nel contributo che dà all’equilibrio idrico e ambientale dell’intero arco alpino e appenninico.

 

© dati e grafici CIMA research foundation

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