TX2 Evo, TX Hike e Akasha 2 saranno gli highlight dell’estate 2022 firmata La Sportiva
La Sportiva a tutto hiking e approach nel 2022, all’insegna della sostenibilità ambientale. La nuova linea da hiking TX HIKE ad esempio, impiega per il 65% materiali riciclati mentre i lacci utilizzati sulla linea climbing ed approach sono realizzati in materiale riciclato. I lacci e i sottopiedi della linea running sono inoltre realizzati con componenti derivati dal riutilizzo della materia prima all’interno del ciclo di produzione. Non solo, attraverso la pratica della risuolatura che i climber conoscono bene, La Sportiva invita da sempre a rigenerare e dare una seconda vita a scarponi e scarpette d’arrampicata. La vera novità però è che dall’estate 2022 anche le calzature da approach potranno essere risuolate grazie all'innovativa costruzione RESOLE PLATFORM presente sulla nuova TX2 EVO. La risuolatura sarà possibile rivolgendosi a una rete di professionisti, laboratori artigiani altamente qualificati, autorizzati e formati dai tecnici dell’azienda trentina. Risuolare, riutilizzare e rinnovare è sempre di più il mantra aziendale.
Vediamo quali sono le principali novità nel footwear.
TX2 Evo è la calzatura più leggera della serie approach Traverse X: soddisfa le esigenze di grip, protezione, minimo ingombro e leggerezza richieste in avvicinamento tecnico e durante le vie multi-pitch. Adotta un pacchetto suola con battistrada 100% risuolabile che ne raddoppia il ciclo di vita ed impiega materiali riciclati per un minor impatto ambientale. Il pacchetto suola è concepito per una facile e rapida risuolatura attraverso la sostituzione del battistrada esclusivamente presso i risuolatori autorizzati La Sportiva. La tomaia è priva di cuciture e molto avvolgente grazie alla linguella integrata che elimina gli spazi vuoti e fascia il piede per massimo comfort e protezione. Il tessuto utilizzato per la tomaia, i lacci, il plantare Ortholite Hybrid Approach e parte dell'EVA dell'intersuola sono inoltre realizzati con materiali riciclati e vegan friendly. Suola Vibram IdroGrip con climbing zone concepita per il massimo grip su terreni tecnici.

TX2 Evo Leather è la calzatura pensata per l'avvicinamento tecnico alle pareti d'arrampicata ed utilizzo in falesia, caratterizzata da una calzata avvolgente e dal comfort impareggiabile della tomaia in pelle scamosciata. Adotta un pacchetto suola con battistrada 100% risuolabile che ne raddoppia il ciclo di vita ed impiega materiali riciclati per un minor impatto ambientale. Il pachetto suola è concepito per una facile e rapida risuolatura attraverso la sostituzione del battistrada esclusivamente presso i risuolatori autorizzati La Sportiva. Rispetta l'ambiente grazie alla tomaia in eco-concia metal free, al sottopiede Ortholite Hybrid in materiale riciclato, all'intersuola realizzata in parte con sfridi di lavorazione e ai lacci 100% recycled. Suola Vibram IdroGrip con climbing zone concepita per il massimo grip su terreni tecnici.

TX Canyon è la calzatura che La Sportiva dedicata al canyoning/torrentismo ed alle attività acquatiche che necessitano di calzature robuste, durevoli e dall'ottimo grip per muoversi in sicurezza nei corsi d'acqua. EasyIN-EasyOUT: ogni componente è pensata per la massima velocità di asciugatura e l'idrorepellenza è ottenuta con materiali e trattamenti al 100% PFC Free, compatibili con l'ambiente. La tomaia è in Ariaprene, materiale certificato toxic free e composto da 4 strati che permettono all'acqua di fuoriuscire velocemente, anche grazie alle due valvole di scarico poste sull'arco plantare.
Calzatura low-cut di nuova generazione per l’escursionismo veloce, TX Hike GTX è realizzata con componenti eco-compatibili e vegan friendly quali: lacci e fettucce passanti in materiale 100% riciclato, sottopiede Ortholite Hybrid, battistrada Vibram Eco Step Evo con componenti derivanti dal ciclo di lavorazione, tomaia in tessuto riciclato. Combina soluzioni proprie del DNA Mountain La Sportiva con tecnologie di derivazione Mountain Running per un prodotto polivalente e sostenibile. I volumi molto ampi permettono un comfort di calzata molto elevato. Anche la nuova membrana Gore-Tex Extended Comfort è realizzata con materiali plastici a fine vita ed è certificata Bluesign. L'intersuola a compressione in EVA in parte riciclata aggiunge stabilità e ammortizzazione per un prodotto affidabile e comodo da indossare anche per un multi-day hiking. Esiste anche la versione mid-cut.

Nel segmento hiking c’è anche il re-edit estetico di Ultra Raptor II GTX, disponibile anche in versione junior, mentre nella versione non GTX l’azienda la indica anche per il trail running.
Arriva la v2 di un grande classico della collezione La Sportiva Mountain Running: Akasha. Il comfort di calzata è dato dall’ammortizzazione, grazie all’inserto plantare Cushion Platform e dai volumi interni ampi oltre che dalla tomaia morbida, traspirante ed avvolgente a costruzione Slip-on che evita punti di compressione durante la corsa. I rinforzi attivi anteriori Dynamic ProTechTion forniscono protezione e struttura seguendo il movimento del piede in modo dinamico e senza costrizioni. La suola grippante e bi-mescola FriXion Red è dotata dell’esclusiva soluzione Trail Rocker in grado di favorire il movimento naturale ‘tacco esterno – punta interna’ del piede durante la corsa. Lacci e plantare Ortholite Hybrid sono inoltre realizzati in materiali riciclato. Akasha II: il codice dell’ultra-runner si esprime attraverso protezione, comfort ed ammortizzazione.

Skialper 136, Sweet Home
Non abbiamo mai vissuto le nostre case come negli ultimi quindici mesi. Probabilmente non le abbiamo mai odiate così tanto perché da un giorno all’altro si sono trasformare da dormitorio a ufficio, luogo di svago, palestra, ristorante. E non erano state pensate per quelle funzioni. Ma poi alla fine la pandemia ci ha obbligati a riflettere sul concetto stesso di casa e a uscire dalla nostra comfort zone. Il domicilio è il luogo dove un soggetto ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. Ce lo hanno insegnato i DPCM, così casa è dove abbiamo deciso di spostarci, anche per dare sfogo alle nostre passioni, è un luogo fisico con uno spazio mentale a cui siamo a nostro agio. Una luogo piccolo dove progettare le nostre grandi avventure, con le finestre che si aprono su panorami infiniti, come quelli della copertina, che rappresenta la vista dall’oblò di un bivacco in Sud America. E allora casa per gli autori di questo numero di Skialper significa Patagonia, Altavia numero 1 delle Dolomiti, Monte Baldo, Balcani, un record fuori dall’uscio e tanto altro.
PrimAscesa, prove di alpinismo post-apocalittico
Molti chiamano casa le proprie montagne. Ma in fin dei conti casa non è l’intero pianeta che abitiamo? Ed è piena di spazzatura. Perché allora ci risulta tanto difficile prenderne coscienza? Forse perché noi quella spazzatura non la vediamo. Così Simon e Juan, i protagonisti del mediometraggio presentato al Trento Film Festival, hanno pensato di scalare i 300 metri e 105.000 metri cubi di immondizia di una discarica per scenderla con gli sci.

Il paradiso è per pochi
El Chaltén, Patagonia. Migliaia di visitatori al giorno in estate (il nostro inverno) e poche centinaia di residenti nell’inverno australe, quando soffiano i venti del sud e la neve ricopre anche i pendii più bassi del Fitz Roy e del Cerro Torre. E quando entra in scena la minuscola ed eterogenea tribù di scialpinisti locali. Matthew Tufts ha deciso di fare di El Chaltén la sua casa per un lungo inverno fatto di attese, asados e discese irripetibili. Un reportage di 20 pagine per pensare alla neve e allo sci di montagna anche quando da noi si riempiono le spiagge.

Chiedimi se sono felice
Civetta, Antelao, Pelmo e Tofana di Rozes da salire e scendere con gli sci uno dietro l’altro, spostandosi solo a piedi tra una montagna e l’altra. Non un record alla ricerca della prestazione contro il cronometro, ma una sfida dietro casa per scoprire la differenza tra contentezza e felicità. È quello che hanno fatto Giovanni Zaccaria e Matteo Furlan.
Tea e il Baldo
La montagna di casa, un microcosmo che si tuffa nel Lago di Garda, ricco di sorprese anche se è proprio fuori dall’uscio. Da raggiungere in bici e attraversare a piedi, con la neve, in coppia. Per chiudere tutte le cianfrusaglie della vita moderna in un baule col lucchetto e farsi un giro leggeri e senza pensieri. Un racconto di Andrea Zocca con illustrazioni di Alessandro Ripane.
Dobro došli
Carpazi, Balcani e Caucaso. Un viaggio leggero, al ritmo del trekking e di una tendina gialla. Ma anche al ritmo dell’ospitalità semplice e genuina, quando ad aprirti la porta di un’umile ma dignitosa casa sono soprattutto le donne come Mayvala, sul Caucaso Maggiore. Storie di incontri, e rinascite, come quella di Zef, che ha aperto un rifugio sulle montagne dell’Albania. Storie di notti nella natura, con le parole e le immagini di Giacomo Frison e Glorija Blazinšek.

Pionieri dietro casa
L’Altavia numero 1 delle Dolomiti è un sogno per molti, ma in inverno è poco frequentata, soprattutto nell’anno pandemico, con tutti i rifugi chiusi. E allora perché non provare ad affrontarla con sci e pelli, costruendosi ogni sera la propria casa scavando una truna o infilandosi in una baita? L’idea Andrea Galliano ce l’aveva in mente da tempo, ma la pandemia e i lockdown hanno dato la spinta giusta.
La formula del divertimento di tipo 2
17.645 metri di dislivello con sci e pelli in 24 ore. E il nuovo record del mondo. A realizzarlo, a marzo, Martina Valmassoi, sulle piste di casa, nel Cadore. Un’idea nata per caso e un progetto improvvisato, per mettersi alla prova e fare qualcosa di diverso.

Marco De Gasperi 2.0
Dopo sei ori mondiali nella corsa in montagna e successi prestigiosi come quelli alla Sierre-Zinal e alla Jungfrau Marathon è tempo di guardare oltre. Per progettare le scarpe da trail del futuro. Siamo stati in SCARPA, la nuova casa di Marco De Gasperi, category manager per il trail del marchio veneto. Per parlare di scarpe e suole ma anche di ricordi. Passato, presente e futuro di un campione.

Must Have & more
Siamo stati a Saluzzo e nei dintorni, tra Valle Varaita e Valle Po, per una corsetta con i ragazzi della Podistica Valle Varaita. E nel frattempo abbiamo anche provato qualche chicca: scarpe, abbigliamento, bastoni, zaini, gps & co. Poi abbiamo fatto un giro in mountain bike e a piedi a Gressoney con i nuovi capi di abbigliamento della linea Moncler Grenoble, abbiamo organizzato una tavola rotonda a fil di vetta con Federica Mingolla, Fabian Buhl e Matteo Jellici, R&D footwear director La Sportiva, sulla nuova linea di scarponi semi-ramponabili Aequilibrium e abbiamo chiesto alla Guida alpina catalana Santi Padrós cosa ne pensa della nuova scarpa da approach AKU Rock DFS.
Pensieri di roccia e di neve
Nella consueta rubrica Antologia Bianca i racconti dei lettori e proprio uno di loro, Massimo Teghille, dopo essere stato pubblicato tra le pagine dei lettori, è stato promosso e ha firmato l’outro di questo numero. Quindi… continuate a mandarci i vostri racconti! La doppia pagina dei Pensieri, a inizio rivista, è dedicata alle Dolomiti, alla loro roccia e all’arrampicata, a firma di Gian Luca Gagino.
AMA-Bilmente, assalto al Monte Rosa
«Lo scopo del progetto è di trasmettere un importante messaggio sociale sia alle persone diversamente abili che alle persone normodotate. Come ben noto, l’invalidità non è solo un concetto fisico, ma un’ideologia ben radicata nel pensiero comune, che vede il disabile come una persona emarginata e dalle poche possibilità fisiche. Lo scopo è di abbattere l’immensa montagna psicologica della disabilità affrontando la vera montagna». A parlare è Moreno Pesce, anima del progetto AMA-Bilmente vedrà 6 sportivi con un arto artificiale salire lungo il percorso della Monte Rosa SkyMarathon AMA, la gara più alta d’Europa, fino alla Capanna Margherita a 4.554 m sul Monte Rosa.
Il gruppo partirà il 15 giugno raggiungendo la Capanna Gnifetti. Il giorno dopo si partirà al mattino per l’ascesa verso la Capanna Margherita. Il cronometro non sarà importante tanto quanto invece il risultato del gruppo.
Moreno Pesce, 46enne, appassionato di montagna, amputato in seguito a un incidente motociclistico ha ideato il progetto con la collaborazione degli organizzatori della gara e un gruppo di Guide alpine ed è stato recentemente anche in vetta al Gran Sasso. Nel 2019, in un analogo tentativo di salita alla Capanna Margherita, aveva dovuto fermarmi al Cristo delle Vette con 40 centimetri di neve fresca. Il suo sogno è quello di realizzare una scuola di alpinismo per i disabili. Perché bisogna provare prima di dire non ce la faccio.
Del gruppo di AMA-Bilmente fanno parte sei team composti da uno sportivo amputato, un accompagnatore (una sicurezza in più in caso di rottura delle protesi) e una Guida alpina.
Gruppo TRANSTIBIALI
Cesare Rocco + Chiarolini Cristina - GUIDA Simone Elmi
Lino Cianciotto + Luigia Marini - GUIDA Leandro Giannangeli
Massimo Coda + Massimo Vialardi - GUIDA Luca Montanari
Salvatore Cutaia + Angelo Santucci - GUIDA Abele Blanc
Gruppo TRANSFEMORALI
Loris Miloni + Paola Frigiolini - GUIDA Paolo Della Valentina
Moreno Pesce + Martina Scussel - GUIDA Lio De Nes
Festa al Lago Nero
1 novembre 2019 185 giorni / 3.076 km
Camminare sulla dorsale dell’Appennino Tosco-Emiliano è come surfare la cresta di una lunga onda immobile. A destra si infrangono le scoscese pareti a balze, a sinistra montano le faggete infinite. In un giorno di sole abbiamo lasciato il Passo della Cisa e ci siamo incamminati verso il Marmagna. Nel tardo pomeriggio, quando la luce esprimeva le sue sfumature più calde, siamo arrivati in cima. Davanti a noi, a Sud-Ovest, la terra precipitava a lungo, fino a essere inghiottita dal mare delle Cinque Terre. Abbiamo aspettato il tramonto e, quando gli ultimi raggi arrossavano le Alpi Apuane, abbiamo acceso la cassa portatile e ci siamo scatenati in un ballo di gruppo sotto la grande croce di vetta, sulle note funky di Lord Shorty. Purtroppo la favola dell’autunno bucolico è finita subito e dal giorno dopo abbiamo dovuto fare i conti con temperature in discesa libera e forti venti da Nord: questa settimana ci sono state due allerte meteo. I nostri volti iniziano a tradire la stanchezza accumulata nei mesi.
Stamani abbiamo deciso di unire due tappe, visto che per una volta non davano burrasca. Le cose sono andate per le lunghe e abbiamo speso le ultime ore brancolando nel buio dentro un manto di foschia vischiosa che assorbiva ogni suono, col naso attaccato al GPS per capire dove andare. Siamo praticamente andati a sbattere contro il bivacco Lago Nero, una malga di pietra. Non vedevamo l’ora di mettere in corpo il brodo liofilizzato. Quando abbiamo aperto la porta, ci siamo dovuti stropicciare gli occhi dalla sorpresa: il locale interno era spazioso e affollato da una ventina di persone, al lume di candela: chi suonava la chitarra, chi arrostiva costine e funghi nel camino scoppiettante. Il paradiso all’improvviso. Ci hanno fatto sedere e una donna aretina dai lineamenti fini (che ho scoperto avere 63 anni, non potevo crederci) ci ha servito delle pappardelle al ragù di cinghiale. Sembrava di essere in una scena di un film di Fellini, se non fossimo stati in un bivacco, in mezzo al nulla.
Dopo la cena e vari bicchieri, parlando con gli altri commensali del pane toscano senza sale, è venuto fuori che un paio di noi hanno origini siciliane e che laggiù mangiamo saporito, sapete. Toccati sul vivo, i nostri ospiti ci hanno sfidato ad assaggiare una grappa speciale. In fondo a una torbida bottiglia di liquido ocra se ne stavano due peperoncini gonfi e rotondi, sul punto di esplodere. Chiaramente non era il caso di tirarsi indietro e abbiamo raccolto il guanto della sfida col sorriso piacione di chi è avvezzo a certe cose. Dopo aver inutilmente cercato di non boccheggiare, ci siamo attaccati senza pudore a una bottiglia di latte, pronta lì accanto, manco a farlo apposta.
13 dicembre 2019 / fine primo tempo
Due settimane fa la nostra spedizione è arrivata a Visso, un piccolo borgo marchigiano incuneato ai piedi dei Sibillini. Per Va’ Sentiero era la fine del primo tempo: abbiamo scelto di dividere la spedizione in due tranche, fermandoci per l’inverno a rifiatare. Oltre che essere a metà del Sentiero Italia (3.548 chilometri), Visso è stata uno degli epicentri del terremoto del 2016: gran parte degli edifici è inagibile, specialmente nel centro storico. I cittadini rimasti vivono ancora in container temporanei. Ci sembrava bello finire lì la prima parte del viaggio, portare un po’ di festa.
L’ultimo giorno è magicamente tornato il sole, come a premiarci: un cielo pulito, senza compromessi, come alla partenza sette mesi prima. Istintivamente nutrivo una fede immotivata che sarebbe stato così. Il nostro arrivo, a modo suo, è stato un evento. C’erano tantissime persone venute apposta a camminare con noi quella tappa speciale, una vera carovana: da lontano dovevamo sembrare un lungo serpente un po’ sgangherato.
Poi siamo giunti tra le prime case semidistrutte, puntellate, come un paese bombardato. Durante la spedizione ne abbiamo visti parecchi di vecchi borghi crollati o in preda all’abbandono, ma lì era diverso: le case, vivisezionate dal sisma, sembravano abitate fino a un attimo prima. Sulla parete di una cameretta ho intravisto un poster di Bob Marley. Oltre le macerie abbiamo iniziato a sentire la banda del paese che attaccava a suonare in nostro onore, la gente in lontananza che vociava allegra; mi è sembrato grottesco o quantomeno surreale, ma è stato solo un attimo.
La sera c’è stata una gran festa. A un certo punto, mentre la band ci dava dentro sul palco, mi sono guardato intorno e ho visto tante persone diverse, perfetti sconosciuti, vecchietti e ragazzini, sales manager e pastori, fricchettoni e professori, tutti a sgomitare selvaggiamente in un grande tendone della Protezione Civile per difendersi dal freddo pungente. Che meraviglia pensare che a unirli sia stato Va’ Sentiero. Qualche giorno dopo io e Sara siamo scesi in Sicilia, in quella che un tempo era la casa dei miei nonni. Nell’ultimo periodo, nei momenti di stanchezza e marcia forzata, non facevo che pensare a essere qui. Ma una volta arrivati non è stato facile staccare la spina, abituarmi a essere fermo, a non dormire ogni notte in un posto diverso. Stamattina ci siamo tirati su e la giornata era magnifica, così abbiamo preso una granita al limone e siamo andati in spiaggia. L’acqua era una tavola e mi sono buttato. In zona Cesarini, ma ce l’ho fatta anche quest’anno: sarebbe stato il primo della mia vita senza un tuffo a mare.
4/fine
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La Réunion di altitudini in Val Terragnolo
L’Isola de La Réunion è un piccolo paradiso dell’arcipelago delle isole Mascarene, di cui fa parte la più famosa Mauritius. Posta nell’Oceano Indiano a 700 km dal Madagascar il 40% del territorio è tutelato a Parco naturale, caratterizzato da valli, boschi, gole e falesie che formano un paradiso naturale in gran parte incontaminato.
Il Masetto è un puntino nel bosco, fuori dai sentieri battuti, a metà strada tra Rovereto e Folgaria, tra i monti della Valle trentina di Terragnolo. Il Masetto, gestito da Gianni Mittempergher, come un’isola tra i boschi è un luogo pieno di cultura, un rifugio creativo e ospitale.
Isola, riunione e arcipelago sono sembrate tre parole perfette attorno alle quali organizzare il primo incontro di altitudini aperto a chi ama le storie e i luoghi fuori traccia, occasione per conoscere i vincitori del Blogger Contest 2020, di cui Skialper e la nostra casa editrice sono media partner.
Ecco il programma:
I vincitori e i premiati del Blogger Contest 2020 si racconteranno attraverso un oggetto, un disegno, una mappa, un pezzo di motore, una foto: Francesca Nemi (premio PalaRonda Trek), Marco Ranocchiari (premio Giro del Confinale), Federico Balzan (premio La montagna dal vivo), Erica Segale (3° posto web comics); Stefano Lovison (2° posto web comics); Marco Rossignoli (1° posto web comics), Antonio G. Bortoluzzi (3° posto racconti brevi); Silvia Benetollo (2° posto racconti brevi); Luciano Caminati (1° posto racconti brevi, premiato da Skialper).
E come negli incontri importanti ci saranno alcuni ospiti speciali: Andrea Nicolussi Golo (scrittore e poeta) parlerà di grandi montagne e piccoli popoli; Laura Bortot (scrittrice e traduttrice) di tradurre in mezzo alle montagne; Eva Toschipresenterà il suo libro Per la mia strada edito da Harper Collins Italia e Simonetta Radice direttrice di MonteRosa edizioni parlerà di Sciare in modo fragile.
Durante la camminata di sabato mattina, attraverso gli insediamenti storici di Terragnolo, ci si fermerà ogni tanto a parlare con Alice Martinelli della Mudeda e della vita in rifugio, con Daniele Ceddia del suo progetto Sulla Faglia e con Andrea Carta della sua Cima Undici e di quella dei famosi Mascabroni.
Ad accompagnare gli ospiti ci saranno Luisa Mandrino (presidente della giuria del BC 2020, autrice e sceneggiatrice) e Davide Torri (editor di altitudini).
Per partecipare è necessaria la prenotazione: redazione@altitudini.it
Un asino sul Gran Paradiso
10 settembre 2019 133 giorni / 2.169 km
La Becca di Monciair è la cima che più mi ha colpito di tutto il gruppo del Gran Paradiso. Camminando sul sentiero a mezzacosta che si addentra nella testa della Valsavarenche era davvero singolare il contrasto tra questa vela di roccia e ghiaccio, appuntita ed elegante, e i meandri della Dora del Nivolet nel pianoro sottostante, così tortuosi da ricordare il Rio delle Amazzoni. Giunti al rifugio Città di Chivasso, a pochi metri dal confine con il Piemonte, ci siamo presi un’ultima coppa dell’amicizia valdostana, colma di caffè bollente, bucce d’arancia e grappa; alla fine eravamo più amici che mai.
La mensa era affollatissima, alle pareti c’è una vera e propria biblioteca. Mentre aspettavo una zuppa di farro mi sono perso nella storia del prete Joseph-Marie Henry che, a inizio Novecento, allo scopo di certificare la facilità dell’ascensione al Gran Paradiso (e attrarre così i turisti nella povera valle), ebbe una sensazionale pensata: scalare la cima insieme a un asino. Se ce l’avesse fatta anche un somaro... Arruolatone uno di nome Cagliostro, gli ramponò gli zoccoli e insieme, nello scalpore generale, compirono l’ardita impresa. Leggenda vuole che sulla vetta Cagliostro lanciò un formidabile jodel e depositò un profumato souvenir, a imperitura memoria. Rock’n’roll.
Dopo cena il gestore del rifugio, Sandro, ha preso parola e, nel silenzio degli avventori, si è scatenato in un’invettiva contro l’eterna fretta della società moderna. Si definisce anticonformista, eretico e ribelle, una sorta di Fra Dolcino delle Alpi. Le camerate erano piene, così ci hanno sistemati nel piccolo locale invernale, all’esterno. Faceva freddo e ci siamo messi tre coperte a testa sopra il sacco a pelo. Non avendo sonno dopo il caffè dell’amicizia, né sapendo cosa fare (non c’era luce nel bivacco), abbiamo tirato fuori dallo zaino il portatile e abbiamo guardato un film, il primo da chissà quanto: La pazza gioia. Siamo andati a dormire commossi. Alla mattina, quando siamo usciti dal bivacco, tutto era coperto di bianco. Durante la notte era caduta una spolverata di neve e i Laghi del Nivolet si erano trasformati in fiordi norvegesi.
5 ottobre 2019 158 giorni / 2.595 km
Non ero mai stato nelle Alpi Marittime: a duemila metri ritrovi i colori della macchia mediterranea. Anche l’odore dell’aria è diverso, a volte sembra sappia di timo. L’estate è finita, ma le giornate sono ancora belle e regalano grandi vedute. Da settimane il Monviso compare a ogni cima o valico, comincio a capire perché i Romani pensavano che fosse il più alto delle Alpi.
Stamattina siamo partiti dal rifugio Garelli prima che sorgesse il sole, un vento freddo spazzava l’aria e rendeva tutto nitidissimo. Passando per lo stretto Canale dei Torinesi abbiamo risalito la Nord del Marguareis, la vetta più alta delle Alpi Liguri. Mentre affrontavamo la rampa finale, ci è sfrecciato accanto un branco di camosci, tanti da non riuscire a contarli: in mezzo minuto hanno coperto la stessa distanza che noi abbiamo fatto in mezz’ora.
Dalla vetta, per la prima volta dalla partenza, abbiamo rivisto il mare, come i soldati di Senofonte. Ho provato una strana sensazione, come tornare a casa. In realtà non ci siamo accorti subito che fosse il mare, vedevamo solo una grande piana luccicante. Poi abbiamo intravisto dei puntini e ci siamo resi conto che fossero navi.
Laggiù, oltre l’immenso specchio d’acqua e le sottili nuvole di vapore marino, spuntavano le sagome di alcune montagne: erano quelle della Corsica, dove tutto questo è cominciato. Dove, per un curioso paradosso, la mia vita ha preso una direzione smarrendo la via per il Monte Cinto.
3/continua
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Smarano, Sfruz e il Sentiero Roma
14 giugno 2019 46 giorni / 707 km
Guardandola dalla rocca di Haderburg, la valle dell’Adige sembra disegnata con il righello. Una distesa di meleti e filari paralleli la cui linearità è interrotta dal flusso sinuoso del fiume. A Salorno si parla l’italiano, un paio di chilometri più a Nord il tedesco. Alla sera le vie si riempiono di risate e di giovani. Bicchiere di vino in mano, uno di loro mi ha raccontato di un sentimento particolare chiamato heimat: l’attaccamento ai luoghi della propria infanzia, quelli in cui si sono vissuti i momenti più belli.
Ieri ci siamo svegliati sulle rive del piccolo lago di Favogna, tempestato di ninfee. Sembrava un quadro di Monet. Ero ancora stordito dal sonno e ho pensato di farmi una nuotata. Dal pontile di legno, nudo, mi sono tuffato nel lago deserto. Grazie al fondo torboso l’acqua era a temperatura ideale e mi è venuto da urlare di felicità. Più tardi abbiamo raggiunto la cima del Monte Roen. Non è stato solo il nome a ricordarci il Signore degli Anelli. Da lassù, a Ovest, scintillavano i grandi ghiacciai dell’Ortles-Cevedale, sormontati da vette che parevano scolpite nel cielo. Ai nostri piedi la parete orientale del Roen volava in picchiata per centinaia di metri.
Lungo la discesa verso il rifugio abbiamo allungato per la Malga di Smarano e Sfruz. Volevamo toglierci lo sfizio di vedere se esistono davvero due tali con dei nomi simili, da Stanlio & Ollio altoatesini. Alla malga non c’erano né Smarano né tantomeno Sfruz (che abbiamo scoperto poi essere dei paesini a valle), ma due cani con il manto chiazzato che ci hanno guardati arrivare in attento silenzio, senza scomporsi né abbaiare. Erano Pastori del Lagorai. Un ragazzo dagli occhi gentili ci ha offerto birre e cacioricotte fresche di minuti, sapevano ancora di erba tagliata. Lui e sua moglie (Alan e Roberta) salgono qui ogni primavera con le loro vivaci bimbe e le tante caprette. Ce ne hanno anche fatta mungere una. Mi ha colpito la loro serenitа. Roberta aspetta un altro bimbo e, mentre mi preoccupavo della loro sussistenza, guardandoli ho realizzato di come fossero spontaneamente al di sopra di ogni tipo di preoccupazione, concentrati a vivere il presente come un dono. A fine tappa, mentre ci rilassavamo a piedi scalzi sul grande terrazzo del rifugio Oltradige, il Latemar, il Catinaccio e le Odle si sono tinti di rosa. È stata l’ultima grande vista delle Dolomiti, un bellissimo arrivederci.
Tra i prati tempestati di ranuncoli gialli, stamani siamo scesi a Fondo, un paese della Val di Non. La piazza era affollata di persone che gremivano i tavolini dei chioschetti. Sopra le tante voci allegre scandiva i secondi un rumore incessante: un grande orologio ad acqua, una macchina prodigiosa fatta di leve e mulini meccanici. Abbiamo preso a fissarlo per diversi minuti, senza riuscire a capire esattamente quale fosse la chiave del portento.
Ho chiesto alla ragazza dei gelati cosa succede d’inverno, quando l’acqua all’interno dell’orologio si ghiaccia. «Il tempo si ferma» ha sorriso.
20 luglio 2019 81 giorni / 1.279 km
Il Sentiero Roma è probabilmente il tratto più difficile di tutto il nostro viaggio. Ieri alla Bocchetta Roma per poco non abbiamo perso Sara, la fotografa della spedizione. Si stava calando da una corda fissa, sospesa su un salto di venti metri; una pietra si è staccata dalla parete e le è rimbalzata verso la faccia. Sara si è abbassata di riflesso e l’ha schivata per pochi centimetri. Ci siamo zittiti. Stamattina avremmo dovuto affrontare il Passo Cameraccio ma ci hanno detto che le corde fisse, ancora seppellite dal ghiaccio, sono inutilizzabili. Non avendo con noi ramponi e piccozze, siamo stati costretti a stravolgere i piani e raggiungere il rifugio Allievi con una lunga deviazione, passando per la Val di Mello.
Questa valle ha un valore speciale, per me: ho ricevuto qui il mio battesimo della montagna. Quando ero piccolo con mio padre venivamo in quella che chiamano la piccola Yosemite, tra le marmitte d’acqua verde smeraldo e le pareti di granito luminoso, e provavamo a raggiungere il rifugio Allievi, cioè la tappa di oggi. Tentammo in più occasioni senza mai riuscirci, ogni volta per ragioni diverse: vuoi la pioggia, la stanchezza, la tarda partenza. La montagna rimaneva qualcosa di cui non capivo il senso, un non-luogo in cui si camminava per non arrivare mai. Tuttavia durante l’ultimo di quei tentativi - avrò avuto una decina d’anni - superammo la quota degli alberi e dall’imbocco di un vasto circo glaciale, per la prima volta, avvistammo il rifugio. Ricordo quel momento come fosse ieri. Una piccola macchia rossa e squadrata, ben sopra le nostre teste. Il sole stava ormai tramontando e così, a malincuore, convenni che fosse prudente tornare indietro e rinunciare ancora una volta alla meta agognata. Mi era bastato averlo visto, era là, il rifugio esisteva davvero: la montagna cambiò significato e coordinate nella mia mappa mentale.
Oggi, per uno strano scherzo del destino, ci siamo trovati a percorrere proprio quel sentiero, la stessa salita che da bambino mi aveva ostinatamente respinto. L’ho affrontata di petto, sotto il sole di luglio, come si affronta l’incontro di una vita, i piedi che volavano e il cuore a ruota. Mi sembrava di riconoscere i tornanti del sentiero, una roccia levigata, una lapide.
Mentre ci avvicinavamo allo svaso del circo glaciale, laddove ci eravamo spinti tanti anni fa, ho visto da lontano un uomo seduto di spalle con un cappello da pescatore, che guardava in su appoggiato a un grosso bastone di legno. Dopo qualche minuto l’ho raggiunto e quando, sorpreso dal rumore dei passi, si è voltato, mi sono accorto che era papà.Stava andando all’Allievi per farmi una sorpresa, non si immaginava di incontrarmi proprio lì. Era incredulo e commosso, come me. Gli altri sono andati avanti e noi due, più lenti, ci siamo incamminati insieme verso il rifugio, riprendendo la marcia proprio da dove l’avevamo interrotta più di vent’anni fa, questa volta a parti invertite, io a spronarlo, lui a dire vai avanti, poi ti raggiungo. Quando siamo arrivati, ci siamo abbracciati e ci siamo presi due birre a testa, in un momento di rara felicità, con la consapevolezza di aver chiuso un cerchio.
2/continua
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Va' Sentiero
Non ne potevo più di tutto quel rumore. I corridoi della tube brulicanti di umanità, i lavori perennemente in corso, i fischi delle ambulanze ogni cinque minuti. Ero finito a Londra un paio d’anni prima, in autostop, inseguendo il sogno di fare musica. Sembrava il posto giusto, ma il chiasso della città inghiottì il mio estro e rimasi intrappolato in una grande bolla: mi sentivo l’ennesimo tra milioni di esuli, senza riuscire a trovare quel che cercavo. Avevo 29 anni e già da tempo il mio grillo parlante aveva preso a fare discorsi circa un posto nel mondo dei grandi. Mi stavo incattivendo. Così, sul finire dell’estate 2016, feci i bagagli e lasciai l’Inghilterra con la sgradevole sensazione di aver perso tempo e l’ennesimo treno.
Dovevo trovare il modo di prendermi una pausa da quel genere di pensieri. Mi avevano parlato del GR20, un lungo trekking che percorre tutta la dorsale montuosa della Corsica. Proposi al mio amico Toni di farlo insieme; a fine settembre ci incontravamo al porto di Bastia, nel Nord dell’isola. Durante la seconda tappa Toni si azzoppò malamente, peraltro su uno dei rari tratti in piano. Non poteva più proseguire. Fu un brutto colpo per entrambi, ma decisi di continuare anche senza di lui. La prospettiva di affrontare quel viaggio da solo mi spaventava un poco e al contempo mi eccitava: in ogni caso non potevo accettare di perdere in partenza anche quella mano. Lasciai le mie cose al Refuge d’Ortu di u Piobbu, mi caricai il sacco di Toni in spalla e lo accompagnai lentamente a valle, fin dove arrivava una stradina, in prossimità d’un campeggio. Trascorremmo un bellissimo pomeriggio con i piedi a mollo nel torrente gelido e la mattina dopo tornai su.
Dopo qualche giorno stavo avvicinandomi lentamente alle pendici del Monte Cinto quando in pochi minuti calò una nebbia pesante. Malgrado i miei sforzi, finii presto col perdermi. Vagai a casaccio cercando un ometto di pietra e, mentre cercavo di decidere, per l’ennesima volta, se quello sotto i miei piedi fosse un sentiero, la traccia di un rivolo o di un qualche animale, ecco spuntare nel muro d’aria biancastra tre tipi alti e biondi. Erano dei ragazzi svedesi che percorrevano il GR20 in direzione opposta. Sparpagliandoci ritrovammo il sentiero e, per suggellare il brillante episodio di cooperazione internazionale, mangiammo assieme un boccone. Uno di loro, con una bandana gialla al collo dello stesso colore della barba, mi chiese: «tu che sei italiano conosci il Sentiero Italia?». «Sentiero Italia... no. Mai sentito».
Passarono i mesi. In una fredda sera d’inverno quel cassettino della memoria si aprì all’improvviso e decisi di cercare Sentiero Italia su Google. Trovai qualche informazione in un blog con un’estetica da anni ‘90, ma fu comunque abbastanza: un sentiero di 7.000 chilometri lungo tutte le montagne italiane, Alpi e Appennini, ormai dimenticato. Cominciai subito a fantasticare di una spedizione alla scoperta del cammino misterioso.
13 maggio 2019
13 giorni / 184 km
Fotografa, videomaker, responsabile logistico, filosofo cambusiere e guida: la spedizione Va’ Sentiero. Ci siamo messi in testa di percorrere tutto il Sentiero Italia per documentarlo e farlo rivivere. Due settimane fa siamo partiti dal Golfo di Trieste. Era il primo maggio, ci sembrava il giorno giusto per coronare il lavoro degli ultimi anni, tutte le pene e le notti insonni per arrivare a essere lì, a tagliare quel nastro. Nonostante le previsioni maligne, la mattina della partenza c’era un gran sole e il mare era tutto un riflesso. Prima di incamminarci abbiamo letto ad alta voce Itaca di Kavafis, a mo’ di augurio.
Dopo le depressioni del Carso e i vigneti del Collio, oggi per la prima volta abbiamo superato i mille metri di altitudine sul monte Kolovrat. La sua schiena è bucata da decine di trincee e dentro gli stretti camminamenti coperti tirava un’aria gelida. Le feritoie dominano l’Isonzo, un lungo serpente d’acqua turchese, e la cittadina slovena di Kobarid: un tempo si chiamava Caporetto. Siamo sul confine tra le Valli del Natisone e la Slovenia, uno dei fronti più caldi di tutto il Novecento. La Grande Guerra, la Seconda, la Guerra Fredda... non ce n’è stata una che lo abbia risparmiato.
Dopo una lunga discesa tra i frassini, il sentiero si è trasformato in una stradina lastricata di ciottoli e siamo entrati nel borgo di Topolò. Il nome viene dallo sloveno topolove, cioè pioppeta, anche se di pioppi non ce n’è neanche l’ombra. Tra le vecchie case coi ballatoi di legno si udiva solo il singhiozzo nervoso di un rio in lontananza, sembrava un paese fantasma. Eppure su alcuni muri splendevano delle curiose targhe di metallo: Ufficio Postale per Stati di coscienza, Ambasciata dei Cancellati, Ostello per i suoni trascurati, Accademia del Passo Ridotto.
Donatella, una signora dai capelli rossi e le mani piccole, ci ha indicato un ostello ricavato da un fienile. La sua intelligenza pratica e tagliente mi ha ricordato le donne dell’Europa dell’Est. Cercando un posto tra le stanze ho notato un libro di poesie aperto: Il confine insegna a stare fermi / e non gli importa della tua natura / ma anche a lei non importa di lui / come due innamorati che fanno finta / di non amarsi - tengono la posizione.
Prima di infilarci nei sacchi a pelo abbiamo votato per il bicchiere della staffa e, proprio in quel momento, è spuntato in ostello un signore dall’aspetto elegante e scapigliato, con il sorriso giovane; ci è venuto spontaneo proporgli una bevuta con noi. Abbiamo scoperto in fretta che, oltre al sorriso, anche l’animo di Moreno è instancabilmente giovane. Lui e Donatella sono gli artefici di un evento artistico che negli anni ha assunto rilevanza internazionale: la Stazione Topolò - Postaja Topolove. In quei giorni, ci ha raccontato Moreno mentre lo ascoltavamo seduti per terra come bambini, il borgo diventa un laboratorio creativo a cielo aperto. Artisti da ogni dove si esibiscono nei vicoli, nelle vecchie rimesse, al limitare dei boschi, senza una vera distinzione col pubblico. Non ci sono orari fissi nei programmi, solo indicazioni generiche: al tramonto, pomeriggio presto, col buio.
Ci è venuto spontaneo chiedere a Moreno come sia stato realizzare un progetto così stravagante in un luogo segnato per decenni dalla tensione e dal sospetto. Per un attimo il suo sguardo scanzonato ha tradito un lampo di fierezza, mentre inghiottiva l’ultimo sorso: «Fare arte da queste parti è stato un atto politico». È notte fonda, ormai.
Yuri Basilicò
1/continua
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La rinuncia di Kilian e David
«No, no, no. No, non abbiamo scalato l’Everest. Finalmente, dopo aver atteso tanto che passassero i cicloni tropicali e che la neve smettesse di cadere, abbiamo lanciato un tentativo, ma mentre stavamo raggiungendo il Colle Sud abbiamo deciso di fermarci entrambi». A scrivere è David Göttler sui suoi account social nella giornata di ieri. Dunque, dopo settimane complicate a causa del meteo e della pandemia, il duo Kilian Jornet - David Göttler non ha raggiunto la vetta dell’Everest nella finestra di tempo lasciata dal passaggio del ciclone Yaas. Una rinuncia nata non solo per cause esterne come il meteo, ma soprattutto ‘interne’. Kilian è partito dal campo base e David dal campo 2 e, dopo avere scalato tutta la notte, si sono ritrovati al Colle Sud. «Tutti e due non ci sentivamo bene e non avevamo le forze necessarie . «È stato un momento bizzarro quando ci siamo ritrovati al Colle Sud e ci siamo detti che non stavamo bene, entrambi abbiamo vissuto esattamente la stessa esperienza. Quindi è stato facile decidere di non proseguire. Sarebbe stato folle continuare a salire più in alto in quelle condizioni. Non puoi scalare l’Everest nel nostro stile se non ti senti al 100% e per fortuna entrambi sappiamo benissimo come dovremmo sentirci a quelle quote. Per questo siamo scesi. Anche se potevamo dare la colpa al vento per averci impedito di proseguire (al Colle Sud ce n’era abbastanza), non è stato per il vento o il maltempo o le cattive condizioni sulla montagna. La causa i nostri corpi e come ci sentivamo, ed è altrettanto importante ascoltare il proprio corpo e saperlo rispettare». Kilian e David sono saliti dalla via normale. Durante il loro allenamento in quota erano arrivati fino a sfiorare quota 8.000 sulla via per il Lhotse. Tra le ipotesi iniziali del duo sembrava esserci proprio la traversata Everest - Lhotse.
Transap
C’è chi si porta in spalla il fornelletto e prepara l’asado, chi gira in bretelle. C’è chi cammina tutta la notte senza fermarsi mai e chi non vede l’ora che finisca. La Transappenninica è una prova di avventura e di montagna attraverso l’Appennino, lungo le antiche vie che l’uomo ha usato per centinaia di anni per trasportare il sale necessario alla conservazione dei cibi verso la Pianura Padana e sui sentieri dei Partigiani tracciati durante la Seconda Guerra Mondiale, dalle colline della bassa padana fino al Mar Ligure. Tutti percorsi che toccano i crinali e non le valli come le strade moderne, per sfuggire a briganti, interminabili guadi dei fiumi o soldati tedeschi. Non è una gara di trail running. Non è a pagamento. Ciò che conta non è vincere. La Transap è una corsa al mare, un’intensa esperienza di strada. Si fonda su valori di resistenza alla fatica, ironia, fair-play, sostenibilità e un pizzico di follia. La sfida si svolge durante l’ultimo weekend d’estate (che quasi sempre coincide con il terzo fine settimana di settembre) e prevede di coprire ampie distanze in poco tempo, con notevoli metri di dislivello (da 3.000 a 7.000 tra salite e discese) e chilometri di sviluppo (dai 55 ai 110), variabili a seconda dell’itinerario scelto.
Per essere classificati è fissato un tempo limite, all’incirca 32 ore. Chi, pur sforando l’orario massimo, giungesse ugualmente all’arrivo, può in ogni caso considerarsi un vincitore. Solo che le birre saranno già finite. La partecipazione è gratuita e a proprie spese: ogni squadra, composta obbligatoriamente da due persone, deve procurarsi da sé tutto l’equipaggiamento necessario. L’organizzazione stabilisce solo i punti di partenza e di arrivo, variabili di anno in anno. Alcuni luoghi del campo di gara sono segnalati come checkpoint e stabiliscono il punteggio che determina il risultato finale della squadra» si legge sul sito. È necessario fornire le prove dell’avvenuto passaggio ai checkpoint, attraverso selfie, disegni, video… L’elemento sorpresa è fondamentale: partenza, arrivo e checkpoint vengono comunicati solo poche ore prima del via.
La scelta del percorso, assolutamente libero, dipende dal gusto personale e dalla capacità di lettura dei sentieri. Per partecipare è necessario munirsi di mappe dettagliate della zona, che sono fornite via mail agli iscritti. La prova non consente l’utilizzo di GPS, navigatori e applicazioni di navigazione di altro tipo. Il primo premio della Transappenninica è riservato alla squadra che totalizza il maggior numero di punti, in considerazione dei checkpoint raggiunti. A parità di punti, vince la squadra che impiega meno tempo. Ogni anno cambiano il percorso, i checkpoint e le regole (non tutte) e varia leggermente il numero delle coppie in gara (tra le 40 e le 45). Sono ben accetti contributi spontanei, anche di beni in natura, per coprire i costi della festa inaugurale e della logistica. Ci si iscrive a coppie. I posti sono limitati e si è ammessi per ordine di iscrizione. Per partecipare basta spedire il modulo che si trova sul sito (https://transap.tumblr.com/iscriviti) all’indirizzo transappenninica@gmail. com. Gli ammessi vengono contattati telefonicamente o via mail.

Marinai d’Appennino.
Transap 2018
Sono quasi le otto di sera e osservo Giulio tuffarsi in mare a Sori. Lo guardo e sono contento. Il senso di tutta questa corsa era racchiuso nel farla insieme, cavandosela, sostenendosi e continuando ad andare avanti fino a mettere i piedi sulla spiaggia e poi in acqua. È stato come essere un piccolo equipaggio in una minuscola barchetta tra le onde verdi dell’Appennino. Eppure abbiamo rischiato di saltare e di andare alla deriva quasi subito per colpa mia, per le gambe vuote e per lo stomaco sottosopra. Ma abbiamo tenuto, un po’ per la testa dura e un po’ per un pizzico di fantasia, o sana follia, chissà… I detrattori direbbero che non si fa, ma va bene lo stesso per noi. Non abbiamo mollato nello sconforto della nebbia che il mitologico Alfeo ci buttava addosso, carica di pioggia, di vento e di pessimismo.
Ci siamo rincuorati e rimessi in sesto con i sorrisi e le parole di Giovanni e Giulia al rifugio Antola (anche con le birrette e i panini, ok...). E la strada passava, intrecciando le nostre storie con le memorie del passato, dei villaggi, dei boschi profondi e delle antiche speranze di chi si metteva in viaggio verso il mare. Poi incontrare un amico fa la differenza. Già, Davide, che ti aspetta vicino a Torriglia, dopo essere partito di corsa proprio dal mare per poi ritornare a ritroso insieme, con te. E così corri ancora, cammini, fatichi, corri di nuovo, corri in tutte le sue declinazioni possibili fino al limite del semplice un piede dietro l’altro e poi arrivi a Sant’Uberto al tramonto, con il sole che sfonda e spacca in un grido cremisi tutto quello che c’è in giro. Scalinate ripide, odori di fiori, le voci che arrivano dalla spiaggia; è la Liguria di chi sbuca dal retro bottega come noi ora, nell’incandescenza di una sera interminabile e preziosa come le cose rare. Siamo arrivati adesso, io e Giulio e Davide dietro che ci scorta, con cura. Magari non belli da vedere, ma efficaci, come quando sai dove stai andando e ci vai. Alla fine per terra c’era scritto ecco il mare. I marinai d’Appennino hanno bisogno di saperlo, sempre.
Niki Gresteri
Una canzone semplice.
Transap 2019
Le cose più belle della Transap sono quelle che non si vedono con gli occhi, sono quelle che non puoi toccare e quantificare materialmente. Credo sia un aspetto positivo non avere oggetti o riconoscimenti che definiscano il valore delle motivazioni e delle azioni. Non ci servono cose per essere e per fare. Nel caso della Transap, tutto ciò che ha un significato, almeno per me, rimane immateriale. A dare un senso alla Transap non sono certo i chilometri (non pochi), né tantomeno il dislivello (non male), anche se ci devi fare i conti, e magari dopo un po’ li maledici, come se fossero diventati delle vespe sotto la maglietta o delle tarme nelle scarpe bucate. Sudi e soffri, a volte sbocchi in mezzo al bosco, sbuffi come un vecchio motore a gasolio sfatto, ma vai avanti perché nella Transap c’è un perenne senso di attesa nei confronti di qualcosa che sta per accadere. Mi piace pensare alla Transap come a un viaggio ideale, che in realtà non si compie, ma ridefinisce ogni volta una meravigliosa aspettativa. Perché è sempre difficile cogliere il senso di un’attesa, visto che la sua magia è proprio il non compiersi, ma aspettare che nasca. Ci vuole impegno e il giusto atteggiamento per capire la semplicità.
C’è l’attesa che precede la partenza e poi quella di vedere il mare. L’attesa di un versante che cambia e della notte che ti avvolge. L’attesa che una crisi passi e che la strada termini il prima possibile, anche se poi alla fine ti dispiacerebbe. Ci sono incertezze e dubbi che si trasformano in scoperte. Ma so che, nonostante tutto - la fatica, i dolori e il dolce desiderio di abbandonarsi al sonno - so che vale sempre la pena arrivare in fondo. Perché la cosa più bella resta il momento in cui vedi brillare gli occhi del tuo compagno o dei tuoi compagni e hai vissuto per tutto il giorno l’attesa di vederli felici, ancor prima di esserlo per davvero anche tu. Così, al mattino presto, lentamente, ciascuno con la propria idea in testa di cammino e di sentiero, ci siamo diretti verso un’intuizione di orizzonte e di memorie marine, a Sud. Ognuno a suo modo è ispirato da qualcosa. E da qui, da Borgo Val di Taro, il mare è per davvero ispirazione, promessa e idea, ma in alcuni momenti del nostro viaggio ci è sembrato quasi un miraggio, una chimera e una condanna, soprattutto quando la testa ti porta in un loop di malessere e di pensieri negativi. È come essere impigliato nei rovi e nelle ortiche senza venirne fuori (e magari a qualcuno è successo, più zecche optional). Ma il momento nero passa sempre, basta saper aspettare. E si tratta di capire che fa parte del gioco mettersi a nudo, saltare per aria e ripartire. È questo il bello.
Alla fine siamo sempre rimasti in cinque, siamo partiti e arrivati tutti insieme: io, Giulio, Edoardo, Eva e Ombra. Una lunghissima giornata di condivisione, di sguardi, di parole e di silenzi, che quasi sempre raccontano perfettamente lo stupore. Sempre insieme, camminando nel respiro dei faggi più alti e poi correndo sugli assolati crinali battuti dal sole pomeridiano. Insieme a cercare acqua, non trovarne, aspettare, chiedere a un contadino, trovare una locanda aperta al passo e rinfrescarsi finalmente! Sempre insieme, con le gambe adesso più stanche, prima di arrivare in cima a Prato Pinello nell’ora d’oro e fermarsi a osservare l’arco ideale di montagne disegnate con i piedi fino a quel momento. Pensi alla generosità e alla dedizione dei tuoi amici, di chi ha razionato l’acqua e ne ha portata in più per gli altri e per Ombra, il fedele amico a quattro zampe. Pensi che sia il posto giusto e il momento giusto.
E diventa più facile correre di nuovo, almeno per un po’, incontro alla luna che cresce dietro montagne placide ma adesso oscure, relitti abbandonati in una terra di alberi a volte storti, a volte dritti e luminosi come se esplodessero di luce. Torni indietro con la mente fino al mattino quando, lungo un tratto di Via Francigena, una vecchietta ci ha chiamato da un pugno di case in pietra ed è uscita fuori. C’era il sole fragrante e l’odore dell’Appennino profondo, quello che scivolando nell’autunno ti lascia con un nodo alla gola. Abbiamo firmato il diario dei pellegrini e annusato i porcini essiccati al sole, poi siamo ripartiti. Era di nuovo il posto giusto e il momento giusto, era l’attesa che precedeva altre cose belle. La Transap porta ancora avanti la propria idea originale, pulita ed essenziale, spesso selvatica e anarchica, e chi si mette in cammino non cerca premi e classifiche. Chi si mette in viaggio non cerca di essere migliore, ma cerca di essere se stesso e di condividere un pezzo di strada (e di attesa) con qualcuno. È come una canzone semplice che ascolti di notte davanti al mare, con gli amici che si abbracciano e sorridono per tutte quelle cose che ci sono state e che non si possono vedere. È come una canzone semplice che avevi in testa e che hai saputo aspettare.
Niki Gresteri

Chi arriva per primo aspetta.
Transap 2019
Fine estate 2019. È molto buio. Sono le tre di notte e da diverse ore mia sorella e io camminiamo completamente sole nel bosco. State attente ai lupi ci hanno detto gli organizzatori alla partenza, anche se, in realtà, l’animale non è pericoloso per le persone, anzi tende a evitarle. Da queste parti può anche capitare che, tra la lapide all’eroe russo Fëdor e un paesino abbandonato, si incontrino gli occhi gialli di un lupo che sta seguendo il tuo stesso sentiero. Appena gli alberi lasciano spazio ai pascoli erbosi ci accoglie la luna piena. Camminiamo da diciassette ore e ci si chiudono gli occhi. Il suono del silenzio regna incontrastato e ci sembra, laggiù oltre le montagne, di intravedere il mare. Forse è solo un’allucinazione. Tiriamo fuori i sacchi a pelo e puntiamo la sveglia dopo mezz’ora.
Ci rannicchiamo testa contro testa: sembra che qualche folletto abbia modellato il sentiero sulla sagoma dei nostri corpi. È comodissimo! esclama mia sorella. Due secondi dopo sta già dormendo. Quando ci svegliamo inizia a piovere. Cerchiamo la traccia per la salita, ma di notte, sotto la pioggia, non la troviamo. Guadiamo più volte un fiume. La batteria della mia frontale è scarica, ne abbiamo una in due. Le cartine sono bagnate, scarabocchiate e spiegazzate. Ci perdiamo. Siamo partite alle 6,30 di ieri mattina da una cascina incantata, sulle colline dell’Emilia Romagna, che ci ha accolti e ospitati in tanti, curiosi, sorridenti e scalpitanti. Venerdì sera abbiamo picchettato le tende al buio, una vicina all’altra: la notte prima della partenza, quando si dorme tutti insieme sotto le stelle, e il ritrovo in spiaggia la domenica, sono dei momenti davvero magici. Intanto abbiamo trovato la strada. Siamo sole sul crinale.
Le prime salite, in verticale, sono state toste. Barcollo. Penso che sono tutti matti. Francesca mi dice che è importante chiacchierare per distrarsi: uso il poco fiato che ho per mandarla al diavolo. I gruppi che si erano formati alla partenza piano piano si dividono. Passo dopo passo il mio respiro si regolarizza: sto imparando la strada e mi piace un sacco. Attraversiamo parchi naturali, vette, fiumi e torrenti favolosi. Schiviamo un serpente e percepiamo i cinghiali che ci scrutano nella penombra del sottobosco. Sono le 8,30 di domenica mattina, siamo in vetta a un meraviglioso monte checkpoint e abbiamo fame. Rapida sosta rifocillante: focaccia ripiena di pomodorini secchi, scamorza affumicata e uova sode. Destra o sinistra? Rincomincia a piovere. Arriviamo al cimitero checkpoint, selfie al volo, e ci rimettiamo in marcia accompagnate dalle ultime gocce. I piedi fanno male e sono fradici. Ormai è una corsa al mare, tra salite e discese. Siamo partite insieme, camminiamo insieme, dobbiamo arrivare insieme. Viaggiare è la nostra passione, ma non avevamo mai viaggiato a piedi. Siamo molto puzzolenti, però quando arriviamo in spiaggia i nostri compagni d’avventura ci abbracciano lo stesso e ci mettono in mano delle birre ghiacciate. Francesca e io abbiamo camminato per circa ventisette ore. Arriviamo a un quarto d’ora dal termine, con diverse zecche su varie parti del corpo. Bottiglia di vino per tutti e rapida premiazione. Abbiamo fatto tante nuove amicizie e ci salutiamo con la voglia di ripartire. Il detto dice che l’avventura comincia sulla porta di casa: queste colline, valli e montagne, per me e per noi della Transap, sono diventate casa. Spero che lo diventino anche per voi. Buona strada!
Marta Manzoni
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Il 28 agosto la prima edizione di SkyClimb Mezzalama
«È un progetto che era nel cassetto e che la particolare situazione che stiamo vivendo ha tolto dall’ombra» ha esordito il patron del Trofeo Mezzalama Adriano Favre presentando ieri sera in una diretta Instagram SkyClimb Mezzalama by Dynafit, la gara che sabato 28 agosto prenderà il via dalla frazione di Saint Jacques (Ayas) e porterà gli skyrunner fino ai 4.226 metri di quota della vetta del Castore. La partenza e l’arrivo saranno nella frazione di Saint Jacques, in Val d’Ayas. Il tracciato, impegnativo, severo e molto tecnico, misura 25 chilometri con un dislivello complessivo di oltre 5000 metri.
«La caratteristica principale della SkyClimb Mezzalama - ha raccontato Favre - sarà quella che le squadre si dovranno confrontare con un terreno alpinistico e in alta quota. Si dovrà affrontare quella parere Ovest del Castore che tutti conoscono per le immagini del Trofeo Mezzalama dove le pattuglie salivano ramponi ai piedi e sci nello zaino. Questa volta i team, che saranno composti da due elementi, utilizzeranno gli stessi strumenti, corda, imbraghi e ramponi, ma non avranno gli sci nello zaino».
«Il percorso, - ha detto Favre - dopo la partenza a Saint Jacques per raggiungere la vetta del Castore passerà per il Pian di Verra, il Lago Blu, il Rifugio Mezzalama, il Rifugio Guide di Ayas per immettersi nel percorso classico del Trofeo Mezzalama con il passo di Verra e infine la parete Ovest del Castore. Dopo aver toccato la quota di 4228 metri le squadre scenderanno lungo la cresta Est verso il ghiacciaio del Felik passando per il rifugio Quintino Sella. Da qui la lunga discesa porterà gli atleti al traguardo di Saint Jacques toccando, il passo della Bettolina, il Colle della Bettaforca, e i rifugi Ferraro e Guide Frachey».
Per questa prima edizione il numero massimo di squadre ammesse sarà di 80, come succede per il Trofeo Mezzalama i curricula degli atleti saranno esaminati da Adriano Favre tenendo conto anche dei punti ITRA (600 per gli uomini e 450 per le donne) e dei piazzamenti nelle prestigiose competizioni de La Grande Course.
Durante la presentazione è intervenuta Rossella Monsorno, marketing specialist Dynafit per l’Italia, confermando che il rapporto di collaborazione tecnica con la Fondazione Mezzalama, per il trofeo invernale e la gara estiva, andrà avanti almeno fino al 2025. La data scelta prevede la possibilità di recupero il giorno successivo, domenica, in caso di maltempo. L’organizzazione non ha comunicato la cadenza dell’evento che sarà probabilmente biennale, come il Trofeo invernale, e alternato con il Trofeo Kima che solitamente si svolge nello stesso fine settimana, mentre quest’anno si sovrappone all'UTMB, che si rivolge in larga parte a un target di atleti diverso, Kilian escluso, che è uomo da UTMB e SkyClimb. Ma di Kilian ce ne sono pochi… www.trofeomezzalama.org
IL PERCORSO (25 km circa - 2.533 mt D+)
Partenza da Saint Jacques, una prima salita in un bosco di larici porta al piccolo abitato di Fiery (1.878 m). Da qui la salita è meno ripida e di traverso verso destra si raggiunge il Pian di Verra (2.050 m). Attraversata la piana, la mulattiera conduce al Lago Blu (2.215 m). Si segue poi il ripido filo della morena glaciale che porta al Rifugio Mezzalama (3.036 m). Oltre, il terreno si fa tipicamente pre-glaciale e roccioso ed una facile lingua di ghiaccio pianeggiante conduce ai piedi delle ripide rocce di Lambronecca, alla cui sommità sorge il Rifugio delle Guide di Ayas (3.400 m).
Al Rifugio Guide di Ayas, primo rifornimento (organizzato nel rispetto delle norme anti COVID19) e cambio di assetto. Si indossa l’imbrago, si calzano i ramponi e ci si lega in cordata, pronti per affrontare il ghiacciaio con le sue insidie. Le pendenze sono moderate fino al raggiungimento del Passo di Verra (3.848 m). Teatro della parte più tecnica ed impegnativa della gara sarà l’ascesa al Castore (4.226 m) per la parete Ovest, sulle tracce del Mezzalama classico.
La discesa seguirà la cresta Est ed il ghiacciaio del Felik fino al Rifugio Quintino Sella (3.585 m). Zona rifornimento e cambio di assetto. Si tolgono corda e ramponi. Un’aerea cresta rocciosa ben attrezzata porta alle pietraie che rapidamente conducono al Passo della Bettolina (3.000 m circa).
Da qui si abbandona il comodo e frequentato sentiero che conduce al Colle della Bettaforca e per ripide tracce si guadagna il Pian di Verra inferiore, mille metri più in basso. Un bosco di larici offre riparo al comodo sentiero che conduce ai Rifugi Ferraro e Guide Frachey (2.060 m) a Résy, poi un’ultima ripida picchiata porta all’arrivo a Saint Jacques.
Finché c’è neve c’è Speranza
In montagna ho fatto più o meno tutto, più o meno bene: salite invernali, arrampicate in falesia d’estate, trekking, corse in quota, ciaspolate a non finire, sci su pista e sci da fondo. In quest’ultimo settore ho partecipato pure a qualche gara e ad almeno una dozzina di Marcialonghe, a partire dalla prima, quella del remoto 1971. Solo per farvi intendere l’età che ho accumulato. Mi mancava dunque lo scialpinismo. È un po’ che ce l’avevo in mente ma per smuovermi davvero ci volevano due cose indispensabili: l’occasione e la compagnia giusta. Adesso l’occasione l’ho trovata: la quarantena nella casa di montagna. E devo sfruttarla in fretta prima che anche qui, nelle terre alte piemontesi, arrivi l’ingiunzione di dover uscire solo con una Guida. Un po’ mi scoccerebbe, non tanto per i soldi, che in quanto extra da qualche parte dovrei far saltar fuori, quanto perché ero convinto che lo scialpinismo, a differenza degli altri sci, fosse l’essenza della libertà assoluta: vai proprio dove vuoi, seppur con la consapevolezza dei tuoi mezzi e dei rischi.
Poi ho trovato anche la compagnia giusta, le tracce da seguire, quelle di Speranza Vigliani, una signora del centro di Milano che tutto sembra tranne che una signora del centro di Milano. Speranza ha anche una casa alpina non lontano dalla mia, e non vede l’ora che cada la neve per mettere le pelli sotto gli sci e andarsene per monti e valli. Quelle vicine, per poi allargare man mano il giro. Scia scia, è arrivata a serpeggiare anche sui versanti del monte Ararat e perfino tra quei valloni scoscesi e ghiacciati che precipitano sui fiordi della Norvegia. Per il resto, non è che se ne sta con le mani in mano: fa triathlon, trail in mountain bike, traversate a nuoto di laghi e corse in bici sulle strade bianche. Vanta pure un brevetto di Accompagnatore di media montagna, così almeno gli aspetti culturali e ambientali del cammino li può raccontare e condividere in via ufficiale. Non può certo insegnare scialpinismo, è ben chiaro, ma non l’ho contattata per questo, ma perché conosce i posti giusti per cominciare vicino a casa nostra, per farmi dire come funziona tutto l’ambaradan per un principiante, cosa mi serve davvero. Insomma, finché c’è neve c’è Speranza.
«Prima di tutto, è necessario informarsi sul tempo che verrà, sullo stato della neve. Non chiederlo però ai local. Per loro la neve l’è semper bela, una farina anche se in realtà è molto più simile ai cubetti di ghiaccio del freezer. Ma loro scendono sempre e dappertutto, perciò non fanno testo».
«Ok, poi?».
«Poi l’attrezzatura giusta. Vai in un negozio qualificato, di qualcuno che conosci e fatti consigliare. Magari, all’inizio, è meglio noleggiarla».
Perfetto. Dalle mie parti, che sono defilate, c’è un negozio storico. Beh, più che un negozio è una specie di outlet-antiquario (nel senso che qui le cose nuove arrivano quando altrove sono già vecchie), beh, più che un outlet, un magazzino dove tutto è piuttosto confuso, ammucchiato.
Se vedi sbucare un paio di guanti che ti piacciono non toccarli! Lascia fare al padrone di casa, che sa come sfilarli delicatamente senza far venire giù tutto. Lui è un tipo convincente, l’autunno scorso sono entrato per prendere un paio di robusti guanti da sci e sono uscito con un paio di guantini di seta in colori mimetici, forse buoni per i cacciatori, che non metterò mai. In compenso stanno nell’astuccio degli occhiali, non si sa mai. Una volta ho visto dare a uno un paio di ghette di tela cerata con il pelo di volpe dentro, ammuffito alla perfezione, avanzate probabilmente dalla prima spedizione polare di Roald Amundsen. Non ero comunque l’unico nel suo antro; davanti a me c’era una signora (non so se milanese o meno) anche lei per prendere l’attrezzatura da scialpinismo. L’ho capito chiaramente verso il finale, quando le ha dato la scatola delle pelli. Lei l’ha aperta, ha guardato, ha palpato tra indice e pollice e ha esclamato con disappunto: ma non sono di foca!.
«No signora, gli ambientalisti ce lo vietano». Detto con un sorrisetto.
«Maledetti, anche qui sono arrivati» ha risposto madame con un ringhio.
Cosa volete, noi puristi dello scialpinismo un po’ âgée siamo così, ci piace la foca.
È toccato finalmente a me. Il negoziante mi ha scrutato un attimo, su e giù, giù e su, come fosse uno scanner, ha afferrato il primo paio di sci larghi a tiro e me li ha spiattellati contro una spalla: «Questi sono perfetti».
E io che mi aspettavo prove da galleria del vento. Poi però mi sono detto che Ottorino Mezzalama quando nel ’27 è salito e poi sceso vivo dal Monte Bianco aveva due strisce di legno con ganasce, molle, lacci e fermapunta in canapa. E se ce l’ha fatta Ottorino…
«Ok, Speranza, con la roba sono a posto. Dove si va?».
«Alla Dormillouse, salendo dalla Val di Thures».
Il posto mi piace. A partire dal nome, la Dormillouse, che mi dà l’idea di una figura adagiata su un fianco morbido. E così è. L’intera montagna, larga e polposa, alta 2.908 metri, è glabra, solo qualche arbusto che sbuca dalla neve qua e là ma non ci sono proprio alberi, quindi, una volta constatata la stabilità del terreno, si può galleggiare, planare, svolazzare, svoltare dove si vuole.
«Calma, non è detto che uno che sa sciare dignitosamente in pista se la cavi altrettanto decorosamente sulla neve naturale. Anzi. Perciò si parte più sotto, dalla Crête de la Dormillouse, dove il fondo è più compatto e la ripidità meno accentuata».
«Come dire che invece che partire dalla spalla della dormiente partiamo dalla coscia» aggiungo io per fare lo spiritoso.
«Più o meno. Comunque qui stiamo parlando di scendere. Però c’è un fatto: prima bisogna salire. Ricorda, sci-alpinismo, e quest’ultimo prevede che prima si salga».
La salita, giusto.
Non capisco perché certe signore milanesi quando sono in città, quando anche vanno di fretta, hanno un passo e quando sono in montagna ne hanno un altro. Non riesco a starle dietro. Nemmeno sulla strada di neve già ben battuta che dalle case di Rhuilles, dove abbiamo lasciato le auto, sale alle Grange Chabaud e al colle omonimo, un pianoro enorme che se lo percorri tutto sconfini sulle praterie francesi che scendono verso la solitaria valle della Cerveyrette, nelle cui microscopiche borgate non arriva ancora la corrente elettrica.
Decenni di passo alternato nello sci da fondo mi aiutano a coordinare i movimenti, ma un conto è andare in piano tra i binari ben tracciati delle vicine piste olimpiche di Pragelato, un conto è salire, salire, salire e cercare di stare dietro a Speranza che sembra andare con una lentezza esasperante e invece guadagna centimetri ad ogni scivolata. Lei scivola, io zampetto, qui sta la differenza. C’è anche da aggiungere che il sottoscritto, da neofita, ha portato nello zaino tutto quel che serve per proteggersi dal blizzard, dalla nevicata del secolo, dall’invasione delle locuste, dall’arrivo del vento dal Sahara, dall’alluvione e da ogni altra avversità dovuta ai cambiamenti climatici, sempre più imprevedibili. Speranza, che aveva controllato di nuovo le previsioni meteo, solo quel che serve davvero in una giornata di sole tiepido che fa rintanare il freddo del mattino nelle zone ombrose di fondovalle. Nello zaino ha la pala e la sonda, mentre l’Artva lo abbiamo addosso entrambi. Il mio l’ho naturalmente affittato insieme agli sci, ma Speranza mi raccomanda di acquistarlo nel caso intendessi proseguire l’attività dopo le prime lezioni. «Con il kit di sopravvivenza te la cavi con circa 250 euro, beh, poi c’è l’attrezzatura, poi ci aggiungi cinque o sei uscite con una Guida o un Maestro di sci…». Mentre sbuffo e sudo, bagnato come la Fontana di Tritone a Roma, con l’acqua che gli zampilla dalla testa e gli ricade addosso, faccio mentalmente due conti e concludo che il resto dell’inverno, altro che montagna; lo trascorrerò a passeggiare sul lungomare di Bordighera, come molti pensionati di professione, fermandomi a scrutare il mare ogni tre minuti, con la mano a visiera sulla fronte, anche se il panorama è sempre quello.

La mia amica milanese tiene subito a precisare che questa che stiamo facendo è una scampagnata, tanto per guardarci in giro e assaporare il buon gusto della libertà e della solitudine e per far due scivolate su terreno sicuro, ma poi per imparare davvero e affrontare la polvere (si capisce da questo che lei ne sa, pur se the wild world of powder lo dicono solo quelli che hanno imparato il free ride tra le foreste della British Columbia) qualche lezione bisogna pur prenderla.
Alla base della Crête riprendiamo fiato prima di iniziare a salire (ancora!) tra quelle che sono delle collinette, le gobbe di cammello, avrebbero detto in una telecronaca sciatoria di qualche tempo fa. Qui sembra che di cammelli ce ne siano mandrie intere, il fianco della montagna pare la superficie di un panettone ricoperto di uvette, ce ne sono tantissime. Meglio, penso, tutti quegli avvallamenti serviranno a frenarmi. Davanti a me, molto davanti a me, Speranza sale con calma, con regolarità e scioltezza, anzi, naturalezza, e dà al movimento un perfetto tono armonico. Ogni tanto cambia direzione, si ferma, respira, osserva tutt’intorno, alza lo sguardo verso le creste.
«Grazie, che ogni tanto mi aspetti» le dico quando la raggiungo emanando vapori come una locomotiva d’altri tempi.
«Più che aspettarti – risponde ridendo mi godo la salita e la fatica, quella che regala benefici. E, a parte questo, lo scialpinismo richiede osservazione, attenzione, decisione, sensibilità. Bisogna cercare di entrar a far parte dell’ambiente intorno. Se non fai così, tanto vale restarsene a sciare sulle piste lisce e soleggiate del Fraiteve cercando di schivare le bande di ragazzini degli sci club».
Saliamo ancora un po’ fino a superare le gobbe di cammello, simili più a meringhe soffici cosparse di zucchero abbondante. «Direi di partire da qui – dice Speranza ma prima beviamoci un sorso di tè, copriamoci bene e immaginiamo un tracciato da seguire e soprattutto un punto di arrivo». Allaccio e stringo tutto quel che è allacciabile e stringibile. In alto c’è il sole ma dalla valle della Cerveyrette sale una lama di aria gelida. Il vento francese è sempre così, ce l’ha con noi italiani, avverte subito quando stai per avvicinarti troppo alla linea di confine.
«Naturalmente immagino che tu abbia curiosato su YouTube e avrai visto quei rider giapponesi che si immergono e riemergono da mucchi di neve fresca tenendo fuori solo la testa e la punta degli sci. Dimenticali! Avrai pure visto quelli del Mezzalama, che quando si buttano giù dai pendii sembra debbano sfracellarsi da un momento all’altro. Beh, dimentica anche quelli! Loro sono in gara e devono recuperare secondi preziosi. Per fare quelle cose ci vogliono anni di pratica e un fisico bestiale, e mi sa che tu…».
«Perciò?».
«Posizione centrale, niente uso degli spigoli, movimenti accentuati di flessione-distensione e appoggio dei bastoncini, che danno il ritmo. Fluidità, scioltezza, naturalezza. Niente lunghi diagonali, per non rallentare e rendere difficili le curve. Tutto qui».
Certo, tutto qui. Ora che mi concentro su ogni singolo elemento viene Natale 2021 ma in questo caso bisogna fare tutto insieme, contemporaneamente.
«Vado avanti, così vedi».
«Sì, vai, vai».

In effetti è un bel vedere. Punte subito a valle, curve sinuose e continue, piccoli sbaffi simmetrici sulla neve fresca, una danza soffice. Sono incantato e dall’incanto vengo svegliato da un agitare di bastoncini nell’aria, giù in fondo. Tocca a me, arrivo. Punte subito a valle, piccola spinta, provo la prima curva, provo la seconda, la terza, lasciando dietro di me solo sbavature di una linea retta che diventa sempre più minacciosa. Accentuo ancora di più la flessione/distensione, allungo il braccio in avanti/di lato ma le punte stanno sempre fisse a valle e vanno dritte verso una meringa. Beh, poco male, almeno mi fermo con la risalita e la neve fresca. Ma no, perché il versante Nord della meringa è più ghiacciato degli altri versanti, e prendo ancor più velocità. La meringa fa effetto trampolino, salto nell’aria e atterro una ventina di metri più in là, nella neve soffice. Di schiena, naturalmente, per via dello zainone (che però, pieno com’è di roba inutile, fa effetto airbag) e resto immobile con le gambe rigide nell’aria, come un passero abbattuto da un pallino. Speranza mi si avvicina: «tutto a posto?».
«Una meraviglia».
«Beh, passare dal freeride al freestyle è stato un attimo!» dice ridendo.
Ma io non demordo. Proviamo qualche altra inerpicata con conseguenti discese. Mi fa rifare i movimenti da fermo. «Perfetti» mi incoraggia.
Ci credo, da fermi son buoni tutti. Però nei successivi tentativi qualche curva a parentesi tonda (invece che a parentesi quadra come le precedenti) mi riesce, offrendo allo sguardo un paesaggio meno sconnesso, più lineare, e qualche brivido di piacere assoluto. Dopo un paio d’ore di su e giù riprendiamo la strada che ci riporta alle auto. È tutta discesa e, sul battuto, i miei sci scodinzolano stretti come quelli di un vecchio maestro dello storico Sci Club 18 di Cortina; tecnica, anche questa, d’antan. A valle ci salutiamo, dandoci appuntamento a un domani impreciso, vago, forse inesistente. La sera ci penso: in fondo non è stato un brutto giro, sono vivo ed è questo che conta. Quasi quasi chiamo Speranza per farmi dare il numero di un esperto autorizzato, per quelle lezioni base. Oppure prenoto a Bordighera?
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