Mongolia Split Experience

Ci vogliono quattro giorni per raggiungere i selvaggi monti Altai. Prima di mettere piede sul ghiacciaio e scendere con le split linee mai affrontate da nessuno, bisogna prendere quattro diversi voli, viaggiare per sette ore su uno sgangherato furgone e farsi trasportare le tende dai cammelli per altre cinque

© Mirte Van Dijk/Mvd Media

Gli ultimi raggi del sole illuminano i pochi yak e cavalli che pascolano pacifici nelle distese verdi a perdita d’occhio. I minuti scorrono senza alcun significato. La gente di queste terre non ha l’orologio e vive guardando il sole. Siamo seduti sulla ghiaia vicino ai furgoni, stiamo perdendo tempo. La gomma bucata non è una sorpresa se realizzi che quelle che qui chiamano strade per noi sarebbero sterrate e anche la rottura di un misterioso pezzo della trasmissione non sembra essere del tutto inaspettata. Si sa che le auto possono avere problemi nelle lande desertiche della regione dell’Altai che si trova tremendamente lontana da tutto ciò che si può chiamare civiltà secondo gli standard occidentali. Alcuni uomini a cavallo sono andati a controllare le greggi che pascolano liberamente in centinaia di chilometri quadrati e si fermano al nostro improvvisato posto di blocco. Occhi curiosi ci scrutano da sotto quei cappelli di cuoio che proteggono i pastori da sole e vento, quegli occhi luminosi che sono l’unico modo di comunicare quando hai bisogno di aiuto. «Sain uu!» dice Woogie mentre si toglie gli occhiali da sole con lenti polarizzate. Il riflesso dell’uomo a cavallo scompare per lasciare posto a uno sguardo amico. Senza gli occhiali, anche se con il tradizionale deel, passa velocemente dallo stile di città a quello di cacciatore. Vederlo parlare con l’uomo a cavallo ti fa quasi dimenticare che Woogie, al secolo Battulga Gantulga, è il fondatore della Mongolian Professional Snowboard Federation e anche la ragione del nostro viaggio sulle montagne più alte del Paese, nel Tavan Bogd National Park. La notte arriva veloce e decidiamo di allestire un campo nel nulla di questa steppa, sotto milioni di stelle. Niente farebbe presagire che siamo in un luogo adatto a snowboard e splitboard se non fosse per le nostre sacche ricoperte di polvere che contengono le tavole.

© Mirte Van Dijk/Mvd Media

VIAGGIO VERSO L’IGNOTO – La stressante routine della città ha lasciato spazio a uno stile di vita che segue i ritmi del sole. Il rumore dei cavalli selvaggi che frugano con il muso nella ghiaia vicino alla tenda è il suono più forte, l’unico che può farti svegliare. Certo, se non sei stato destato prima dal profumo del tsuivan, una colazione che sembra più una cena ed è molto apprezzata da chi brucerà calorie facendo sport per il resto della giornata. Mangiamo piano, alle sette e mezza della mattina non siamo sicuri che il nostro stomaco gradirà il mix di carne con carote, cipolle, patate e noodle. Anche per i nostri quattro amici mongoli il viaggio nella natura selvaggia è soprattutto un viaggio verso l’ignoto. Soprattutto perché qui le temperature in inverno sono così estreme che l’ultima cosa che ti verrebbe in mente è di scivolare sulla neve con una tavola. Però ci sono altri appassionati come loro che sono una garanzia per il futuro dello snowboard nella piccola stazione sciistica di Sky Resort, vicino a Ulaanbataar, la capitale della Mongolia. Probabilmente gli sport invernali non diventeranno mai popolari come le corse di cavalli, ma la passione di scivolare sulla neve di traverso sopra a una tavola ha valicato i confini della Russia e della Cina e conquistato appassionati. Nel 2009 Woogie ha fondato la Mongolian Professional Snowboard Federation e iniziato a collaborare con Mustafa, abbreviazione di Munkhsaikhan Gundsambuu, che non è solo uno dei rider del nostro team, ma anche un ottimo traduttore. Oggi i soci sono una sessantina e così si può dire che a Ulaanbataar c’è una importante community di snowboarder perché le persone che sanno usare una tavola, oltre ai soci, sono circa 300. Woogie e Mustafa stanno cercando di avvicinare altre persone allo snow in collaborazione con la piccola località sciistica Sky Resort e hanno aperto un noleggio di attrezzatura per chi non ha potuto fare arrivare le proprie tavole dal Giappone o dagli Stati Uniti. Sembra incredibile, ma è più conveniente importarle da questi Paesi che dalla Cina… «Ci sono anche due maestri ed è l’unico posto del Paese dove si può imparare ad andare in snow: nessun mongolo sale le montagne con gli sci o la split sulle spalle. L’unico motivo per il quale lo farebbe è per andare a cercare i propri cavalli» spiega Woogie. «Questo viaggio sarà una grande fonte di ispirazione per tutti i nostri snowboarder e spero che anche noi possiamo esserlo per voi» aggiunge con un lieve sorriso tra le labbra. Woogie ha girato il mondo per diventare un insegnante di snow e diffondere l’amore per lo sport bianco in patria. Con il suo certificato austriaco è l’unico maestro patentato della Mongolia e non ho dubbi che creerà una grande scuola. Dopo quattro giorni di viaggio eccoci arrivati alla porta del Tavan Bogd National Park. A guardare l’erba verdissima che ci circonda si stenta a credere che qui solo poche settimane fa c’era la neve e non avremmo potuto raggiungere il campo base a piedi. Però, visto che la cognizione di tempo da queste parti è ben diversa dalla nostra, ecco che ci tocca aspettare ancora un giorno prima di iniziare il trekking di cinque ore in compagnia dei cammelli fino al campo base, che sorgerà nel punto d’incontro tra i ghiacciai Alexander e Potanin. Il ritardo ha qualcosa a che fare proprio con i cammelli, che sono scappati verso la natura selvaggia, e le guardie di frontiera, che hanno voluto controllare più volte i nostri permessi. Ma ora eccoci finalmente arrivati ed è tempo di partire alla scoperta dell’ignoto.

BASE CAMP – Tavan Bogd è la catena montuosa più alta della Mongolia, il cui nome significa cinque Santi, vale a dire le cinque vette più elevate. Dal campo base le vediamo tutte queste montagne e davanti ai versanti ripidi carichi di neve primaverile e ghiaccio blu eterno siamo un po’ intimoriti e iniziamo a capire che sarà una bella sfida raggiungere al punto di partenza di una delle tante linee di discesa che abbiamo sognato. Dopo un giorno sul ghiacciaio abbiamo definitivamente capito che niente qui è come sembra. Abbiamo sottovalutato i tempi di avvicinamento. Per arrivare in vetta devi prima scendere la morena per due ore, poi attraversare il ghiaccio rugoso e in parte sciolto del ghiacciaio per tre ore prima di potere iniziare la salita vera e propria. Dopo questa sfacchinata capisci che le tue curve non sono mai state così senza senso: un giorno in quota significa dodici ore a camminare e arrampicare. Scendere con la split dura 20 secondi. Punto. Ma quando ti trovi negli Altai, un posto che non ha mai visto una tavola da split nella sua storia, è anche vero che ogni curva diventa d’oro. Dopo una settimana ci siamo abituati ai ritmi della vita da campo e a questi lunghi e intensi giorni, a lavarci nei torrenti gelidi, a mangiare khusuur e tsuivan per colazione, pranzo e cena. Le aquile che guardavamo estasiati i primi giorni ormai ci sembrano animali domestici, come le piccole marmotte che fanno capolino tra gli scarponi fuori dalle tende. La nostra tenda-cucina è diventata un melting pot di genti, non solo le otto persone della nostra spedizione. Per esempio Agvaan Danzan, una Guida alpina in attesa di clienti, o le guardie di frontiera, molto curiose nei nostri confronti. Una sera Woogie ha dovuto ammettere che i nostri permessi per il parco nazionale erano stati rifiutati. «I militari hanno capito che siamo venuti fin qui solo per fare snowboad e… guarda cosa mi hanno dato». Woogie ci mostra una ricevuta da 10.000 Tugrik. «Invece di pagare, il responsabile del posto di frontiera ci ha fatto entrare gratuitamente: c’è scritto buona fortuna a nome del colonnello». Il silenzio che ne è seguito non era per nulla legato all’attesa della traduzione, ma allo stupore.

© Mirte Van Dijk/Mvd Media

IL GIORNO PRIMA DEL GRANDE GIORNO – Con una grande tazza di suutei tsai tra le mani, niente altro che tè con il latte, guardiamo il grande ghiacciaio di fronte a noi. Finora abbiamo disegnato con le nostre split linee su due dei cinque Santi. La luce della mattina sottolinea la bellezza di queste montagne e stiamo preparandoci per un’inattesa escursione di due giorni. Nessuno di noi, onestamente, aveva pensato di salire sul re dei Tavan Bogd, il Khuïten Peak che, con i suoi 4.374 metri, è il più alto della Mongolia. Sembra tremendamente estremo, ma quando rimuovi quell’ingresso con una corda che penzola sul ghiaccio blu, il resto diventa una sfida che alcuni di noi pensano di potere affrontare. Le previsioni meteo lasciano presagire una finestra utile per raggiungere quel fianco della montagna che ci guarda negli occhi fin da quando abbiamo allestito il campo base. Però le mappe che abbiamo con noi, stampate a casa e scovate nel web più profondo, probabilmente dell’esercito russo, possono solo indicarci la direzione. Per quanto riguarda le condizioni di sicurezza, il tempo richiesto e il tipo di terreno dobbiamo fidarci dei nostri occhi e del nostro intuito. Quando partiamo con in spalla gli zaini più pesanti che abbiamo mai sollevato in questi giorni, noi quattro salutiamo il team Mongolia e ci avviciniamo, passo dopo passo, alla spalla che abbiamo individuato per bivaccare. Sembra vicina, ma ci vorranno alcune ore e presto le nubi ci avvolgeranno, rendendo difficile l’orientamento. Rens e Stephan, due esperti ‘segugi da ghiacciaio’, si danno il turno alla guida del gruppo per monitorare con attenzione la minaccia dei crepacci. Non puoi essere stanco in momenti come questi, non puoi distrarti quando cammini in un campo minato. Finalmente, dopo sei ore posiamo i nostri stanchi piedi dove abbiamo deciso di bivaccare. Le nuvole coprono tutta la valle ma il sole ci illumina ed è la prima volta che possiamo vedere così da vicino il versante est. Non rimane che una cosa da dire: «Dopo il viaggio della sopravvivenza di oggi, domani sarà il giorno della grande discesa». Le parole di Stephan sono forti e chiare.

SACCHI A PELO – Ancora avvolta nel mio sacco a pelo, cammino in direzione della cresta e vedo tre puntini che salgono sempre di più. Sono le quattro e trenta della mattina e puoi già sentire il calore del sole che sta per sorgere mentre la luce rosa rende tutto più piacevole, tanto che i puntini sembrano danzare sulla neve. Presto spariranno sull’altro versante della montagna, dove c’è il confine con la Cina e perderò ogni contatto con loro: non possiamo usare i walkie talkie in questa area di confine, le previsioni meteo sul satellitare sembrano approssimative e non ci sono mappe dettagliate. Aggiungo che siamo tanto lontani dai luoghi civilizzati che ci vorrebbero almeno due giorni per fare arrivare una squadra di soccorso. Ma non è tempo di farsi prendere dal nervosismo. Non ancora. Impiegano quattro ore ad arrivare all’inizio della discesa e subito dopo il primo puntino è attaccato alla corda all’inizio del pendio: è Stephan. La corda è stata una scelta obbligata perché i primi cinquanta metri a sessanta gradi sono una lastra di ghiaccio unica e scivolare qui significherebbe morte certa. Anche con il teleobiettivo è molto difficile intuire cosa stia succedendo, ma sembra che Stephan abbia perso la corda: spero di sbagliarmi perché iniziare la linea in quel punto sarebbe molto pericoloso. La fune dà solo trenta metri di sicurezza perché poi diventa solo una combinazione di abilità fisica e fortuna del rider di turno. Armato di piccozza, Stephan scivola con attenzione lungo un traverso che gli permette di evitare la grande seraccata, che richiederebbe come minimo cinque secondi di air time per essere superata. La sua prima curva non è certo una di quelle da ricordare, ma è forte e arriva alla base della parete senza nessun tentennamento. Mi ritrovo a sorridere e sono sicura che anche lui, mentre percorrere gli ultimi metri quasi piani, stia ridendo.

TICK TACK – Splitboard rotti, piccozze perse, zaini ridotti come immondizia. Poi abbiamo smarrito uno smartphone, ci siamo sbarazzati di un paio di bastoni e alcuni scarponi sono finiti nella pattumiera. La Mongolia è un Paese tosto e la natura non fa sconti. Dopo che Stephan ha trovato la sua linea di discesa, il tempo ha iniziato a correre e tutti abbiamo percepito il ticchettio dei minuti che scorrevano. Sébastien ha avuto la sua chance e dopo mezz’ora la sua battaglia con la Khuïten era terminata: due su tre avevano battuto il versante est della montagna, una vittoria inaspettata. Ma sapevamo che la linea di arrivo era lontana e ogni passo doveva essere affrontato con cura. Lasciare il bivacco nel tardo pomeriggio significa affrontare il ghiacciaio con i crepacci belli aperti e pieni di acqua di scioglimento. L’energia per i nostri stanchi corpi è stata appena necessaria per qualche curva e per risalire la morena che separava la fine del ghiacciaio dal campo base. Quattordici ore dopo esserci alzati ci siamo trascinati fino alle tende completamente a pezzi, con cinque minuti di anticipo sulla perturbazione. Per una volta il tempo è tornato ad avere un significato. Il sole è sorto e tramontato diverse volte nel nostro viaggio di ritorno verso la civilizzazione. Ora Seku mi passa il mio bagaglio, che si lascia dietro un discreto olezzo di cammello. Lo metto accanto a me e mi ci sdraio sopra. Ormai non sapere cosa succederà nelle prossime ore è diventato familiare e mi trasmette un senso di pace, come tutto quello che succede in questo Paese. Chiamiamo civilizzazione il mondo reale, ma una volta che hai visto la Mongolia capisci che cosa è veramente reale. E ti senti pronto per il grande viaggio.

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